PARIGI - Nel panorama della disinformazione legata alle proteste di piazza, il pericolo principale non è rappresentato dai bot. A preoccupare maggiormente è la rapidità con cui notizie false, immagini decontestualizzate e accuse non verificate riescono a diffondersi tra utenti reali, sovrapponendosi ai flussi informativi utilizzati dai manifestanti per coordinarsi.

È quanto emerge da una ricerca condotta da Cyabra e Arcadia e presentata in anteprima all’Adnkronos, basata sull’analisi delle conversazioni social durante la grande giornata di mobilitazione nazionale del 17 ottobre in Francia. 

Lo studio, sviluppato su X, TikTok, Facebook e Instagram, descrive un ecosistema informativo in cui contenuti autentici e manipolati si fondono in tempo reale, rendendo sempre più complesso distinguere i fatti reali dalle narrazioni costruite ad arte per esacerbare tensioni e indignazione.

I volumi registrati restituiscono la portata del fenomeno: 290 milioni di visualizzazioni complessive per 4.497 post incentrati su scontri, saccheggi o episodi di violenza. Nella sola giornata del 17 ottobre si sono registrati 8.977 post e commenti (circa dieci volte il volume di un giorno ordinario) con un picco di 1.562 pubblicazioni toccato alle ore 19. 

Tra i temi più virali spicca l’accusa, rivolta alla polizia francese, di aver deliberatamente provocato i manifestanti. Un profilo falso su X, aperto nel luglio 2026 e con soli 571 follower, ha sostenuto che alcuni agenti avessero appiccato il fuoco a un cassonetto per poi alimentarlo. Diffuso nei momenti più critici della mobilitazione, il messaggio ha totalizzato 1,29 milioni di visualizzazioni e oltre 20mila interazioni, superando ampiamente la normale portata dell’account.

Un secondo caso emblematico riguarda la falsa notizia di un presunto ordine di “sparare per uccidere” impartito dall’Eliseo, che ha raccolto circa 483mila visualizzazioni prima di essere segnalato dalle note della community di X. 

La ricerca evidenzia tuttavia un elemento cruciale: la disinformazione non proviene unicamente da profili automatizzati. Sette contenuti segnalati per ingannevolezza (tra cui il falso ordine di fuoco e diversi filmati di repertorio degli scontri del 2023) sono stati veicolati da account autentici, totalizzando complessivamente 4,83 milioni di visualizzazioni. 

Un’altra tecnica ampiamente sfruttata consiste nel ripubblicare filmati reali modificandone il contesto geografico o temporale. Immagini di disordini risalenti al luglio 2023 sono state spacciate per riprese delle proteste di ottobre, mentre video registrati a Madrid sono stati attribuiti alla Francia. Particolarmente rilevante il caso dei saccheggi di Lione, i cui filmati sono stati replicati 78 volte, in alcuni casi a distanza di appena sei secondi l’uno dall’altro. 

A ciò si aggiungono le “esche emotive”, ovvero messaggi concepiti per generare paura o rabbia e stimolare l’interazione. Una falsa notizia su un giovane che avrebbe perso una mano a Saint-Étienne, corredata dall’invito a visionare un video nei commenti, è stata pubblicata 33 volte da 20 account differenti, di cui 12 identificati come falsi.

Questi contenuti vengono inseriti strategicamente all’interno degli hashtag utilizzati da chi partecipa alle proteste, intercettando la domanda di aggiornamenti in tempo reale. 

L’analisi statistica conferma una presenza rilevante di profili non autentici: su X, il 30,2% degli account associati all’hashtag #Manifestationdu17 è risultato falso, una percentuale pari al 25% per #GiletsJaunes. Circa il 27% dei contenuti esaminati in entrambi i filoni è stato inoltre segnalato come linguaggio d’odio, distribuito equamente tra profili reali e falsi. Tuttavia, la viralità maggiore è stata generata da utenti in carne e ossa: 28,5 milioni di visualizzazioni per i video da Marsiglia, 15,3 milioni per il municipio di Limoges e 9,9 milioni per i mezzi della polizia a Parigi.

Il flusso ha valicato i confini nazionali, con i post sui disordini in piazza Duomo a Milano capaci di raggiungere 12,8 milioni di visualizzazioni. 

Per Domenico Giordano di Arcadia, i dati francesi rappresentano un campanello d’allarme estendibile anche all’Italia: “Siamo oramai nel pieno di una guerra ibrida e cognitiva, una strategia coordinata e pulviscolare che punta a destabilizzare l’ordine pubblico ingannando e manipolando le percezioni e l’opinione pubblica online”.  

Secondo Giordano, affidarsi all’autoregolamentazione degli utenti non è più sufficiente: “Questa sfida non può essere fronteggiata efficacemente lasciandola all’auto-regolamentazione delle comunità, alla capacità degli utenti di distinguere il vero dal verosimile, ma richiede uno sforzo più deciso e congiunto da parte dei governi e delle piattaforme per definire regole che nel rispetto della libertà di espressione e della privacy dei cittadini possano ridurre la portata dei contenuti inquinanti”. 

La priorità indicata dagli analisti riguarda la sicurezza pubblica: accuse infondate o notizie false diffuse tra folle già esposte a forti tensioni rischiano di innescare reazioni a catena prima che qualsiasi smentita ufficiale possa raggiungere la piazza. Monitorare tempestivamente gli hashtag, verificare l’origine dei filmati e individuare i profili di recente creazione restano gli strumenti essenziali per evitare che, come ammonisce il rapporto, “un ordine falso o una presunta provocazione scatenino uno scontro prima che qualsiasi rettifica raggiunga la folla”.