GAZA - Il piano di pace per la Striscia di Gaza sta subendo una trasformazione radicale che rischia di portare a un nuovo punto di rottura.
Nickolay Mladenov, direttore del Board of Peace guidato dagli Stati Uniti, ha presentato ad Hamas e alle altre fazioni palestinesi una proposta definita “un ultimatum” che riscrive i termini dell’accordo inizialmente previsto dall’amministrazione Trump.
Secondo i documenti visionati da +972 e dal Times of Israel, la nuova proposta subordina la sospensione degli attacchi israeliani e l’ingresso degli aiuti umanitari all’accettazione del disarmo completo delle fazioni palestinesi.
A differenza dell’accordo di ottobre, che prevedeva fasi graduali e reciproche, questo schema impone la consegna delle armi (pesanti e leggere) e lo smantellamento dei tunnel senza fornire garanzie né tempistiche certe sul ritiro delle Forze di Difesa Israeliane (Idf).
In una lettera sottoscritta anche dal funzionario Usa Aryeh Lightstone, Mladenov ha avvertito che il rifiuto di Hamas renderà nulli gli impegni di Israele, liberando Gerusalemme dall’obbligo di sospendere le operazioni militari o facilitare l’ingresso dei soccorsi.
Il piano Mladenov si articola su una tempistica serrata che non prevede un ritiro israeliano immediato. Entro i primi 60 giorni è richiesto lo smantellamento totale di tunnel e altre infrastrutture militanti nel 58% di Gaza attualmente controllato dall’esercito israeliano, con l’obbligo per Hamas e le altre fazioni di fornire tutte le informazioni sulla posizione delle proprie basi in quelle aree.
Dal trentesimo al novantesimo giorno verrebbe bonificata dalle armi pesanti, inclusi AK-47 e Kalashnikov, anche la zona di Gaza Ovest attualmente controllata da Hamas. Successivamente, dal novantunesimo al duecentocinquantesimo giorno, verrebbero registrate e raccolte tutte le armi personali.
Solo dopo il duecentocinquantunesimo giorno, una volta accertata l’assenza di qualsiasi arma, inizierebbe la rimozione delle macerie e un ritiro graduale di Israele verso una cosiddetta Linea Rossa, che gli consentirebbe comunque di mantenere il controllo di circa il 38% di Gaza.
Israele rimarrebbe comunque in un “perimetro di sicurezza” (circa il 20% di Gaza, incluse aree agricole vitali) a tempo indeterminato, finché non si riterrà “adeguatamente al sicuro”.
I leader di Hamas hanno definito la proposta “catastrofica”, considerandola un espediente del premier Benjamin Netanyahu per mantenere Gaza in uno stato di occupazione perenne o riprendere i bombardamenti.
Il gruppo palestinese ribadisce che il disarmo appartiene alla seconda fase dell’accordo originario e non può essere attuato finché Israele non rispetti i punti della prima fase, ovvero il ritiro fino alla “Linea Gialla”, l’ingresso di 4.200 camion di aiuti a settimana e la riapertura del valico di Rafah.
Il Times of Israel evidenzia come la decisione del Board of Peace di richiedere nuove garanzie a Israele su punti già concordati a ottobre (come la sospensione dei bombardamenti e il ritiro alla Linea Gialla) rappresenti un implicito riconoscimento delle violazioni compiute da Tel Aviv negli ultimi mesi.
Nonostante ciò, dopo un incontro definito “positivo” tra Mladenov e Netanyahu a Gerusalemme, gli inviati internazionali sembrano aver passato la palla ad Hamas. Con il gruppo palestinese fermo nel rifiutare la consegna delle armi senza la creazione di uno Stato sovrano, l’ombra di una ripresa su larga scala delle operazioni militari si fa sempre più concreta.