WASHINGTON - Il presidente statunitense Donald Trump è fermamente determinato a proseguire nell’attuazione del suo piano per la Striscia di Gaza. A confermarlo alla leadership di Hamas è stato l’inviato statunitense Jared Kushner durante un vertice ad Al-Alamein, in Egitto, durato oltre due ore. Si tratta del primo incontro tra Kushner e i vertici del movimento palestinese dalla firma dell’accordo di fine guerra lo scorso ottobre, avvenuto mentre la Casa Bianca e il Consiglio per la Pace (Board of Peace) esercitano forti pressioni sia su Hamas che su Israele per passare alla fase successiva del piano statunitense in 20 punti.
Al tavolo del colloquio, oltre a Kushner, erano presenti il capo dell’ufficio politico di Hamas, Khalil al-Hayya, l’Alto rappresentante del Consiglio per la Pace Nikolay Mladenov e l’ex primo ministro britannico Tony Blair, membro dello stesso organismo. All’incontro hanno partecipato anche il capo dell’intelligence egiziana, generale Hassan Rashad, il ministro qatarino Ali al-Thawadi e un alto funzionario turco.
Nel corso delle discussioni, Kushner ha chiarito che il disarmo delle fazioni palestinesi rappresenta per la Casa Bianca un requisito essenziale e preliminare rispetto a qualsiasi altra misura nella Striscia. L’inviato Usa ha precisato alla delegazione che l’integrazione di Hamas nell’attività politica non potrà avvenire prima del completo disarmo di Gaza, assicurando che, una volta ultimato tale processo, Washington intende avviare un percorso politico “che non escluda nessuno”.
Kushner ha inoltre rassicurato la delegazione circa il fatto che gli Stati Uniti respingono ogni ipotesi di sfollamento della popolazione di Gaza. Ha tuttavia evidenziato come Israele sia unito nella propria posizione sul dossier, consigliando ai vertici di Hamas di non fare affidamento sull’esito delle prossime elezioni israeliane. Da parte sua, la delegazione di Hamas ha ribadito di rifiutare ogni nuovo passo che non garantisca preventivamente l’assenso di Israele e ha illustrato nel dettaglio all’inviato Usa le presunte violazioni israeliane del cessate il fuoco.
Secondo fonti informate, l’obiettivo principale del vertice era “tradurre” gli impegni assunti da Hamas sulla smilitarizzazione in “passi concreti la cui attuazione possa essere verificata”. Tra le priorità figurano il mantenimento della tregua, il trasferimento dei poteri di governo a un esecutivo tecnocratico palestinese (garantendo l’assenza di ruoli per Hamas nella futura amministrazione), lo smantellamento delle infrastrutture militari, il via libera al dispiegamento della Forza internazionale di stabilizzazione e il sostegno alla ricostruzione della Striscia senza intimidazioni o sottrazioni di materiali.
In parallelo, il Consiglio per la Pace chiede a Israele di effettuare “ritiri paralleli” dalla Striscia qualora Hamas avvii concretamente il disarmo, oltre ad accelerare l’ingresso degli aiuti umanitari. “Non può esserci alcuna ambiguità: Hamas deve rinunciare ai poteri di governo e a tutte le sue armi e infrastrutture militari. E Gaza non potrà mai più tornare a essere una fonte di terrorismo contro Israele”, ha rimarcato la fonte. Per discutere dei “passi paralleli” che Israele dovrà intraprendere, l’inviato di Trump si recherà in Israele per incontrare il primo ministro Benjamin Netanyahu.
Sui progressi del piano gravano tuttavia forti tensioni diplomatiche. I ministri degli Esteri di otto Paesi islamici (Egitto, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Turchia, Pakistan e Indonesia) hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui accusano apertamente Tel Aviv: “Israele è responsabile dell’azione tesa a ostacolare gli sforzi di pace e Gaza e nei territori Palestinesi”. Nel testo viene condannato “il dichiarato rifiuto israeliano della road map” che “minaccia direttamente di deragliare gli sforzi compiuti dal presidente Trump di mettere fine alla guerra a Gaza e stabilire le condizioni di una pace duratura”.
I rappresentanti delle otto nazioni hanno aggiunto che Israele ha “la diretta e piena responsabilità di ogni conseguenza provocata dal suo continuo rifiuto, dall’ostruzionismo, dal ritardo e non rispetto, compreso ogni ulteriore deterioramento della situazione sul campo e interruzione della fine della guerra a Gaza”.
Contemporaneamente, in una nota diffusa a seguito del vertice con Kushner, Hamas ha “invitato i mediatori e il Board of Peace di assumersi le proprie responsabilità e costringere l’occupazione ad attuare tutti i suoi impegni della prima fase, mettere fine alle violazioni, fermando uccisioni e incursioni, ed ad approvare la tabella di marcia per la seconda fase del piano del presidente Trump e iniziare a stabilire un calendario per la sua attuazione”.
A complicare ulteriormente il quadro sono giunte le dichiarazioni del ministro per la Sicurezza Nazionale israeliano, Itamar Ben Gvir, rilasciate durante il podcast “October” condotto dall’ex ostaggio Rom Braslavski e riprese dal Times of Israel. L’esponente dell’estrema destra israeliana si è espresso duramente contro la riduzione delle operazioni militari a Gaza dovuta alle pressioni internazionali: “Penso che bisognerebbe condurre assassinii mirati a Gaza, abbattendo 30-40 persone ogni notte. Non solo quelli che costituiscono una minaccia immediata, ci sono persone che non si meritano di vivere, non dovrebbero vivere, non sono neanche persone”.
Rivendicando la propria divergenza di vedute con la linea del governo (“Non è un segreto, non sono d’accordo con il primo ministro”), Ben Gvir ha inoltre auspicato il ripristino dei cospicui insediamenti e il trasferimento della popolazione palestinese fuori dalla Striscia, un’ipotesi che diversi giuristi internazionali ritengono riconducibile a un’operazione di pulizia etnica. “Io considero tutta Gaza come nostra: insediamenti non solo a Gush Katif ma in tutta Gaza, incoraggiando la maggiore emigrazione possibile, mandandoli nei loro Paesi e per i terroristi nessuna emigrazione, solo ucciderli uno per uno”, ha concluso il ministro.