WASHINGTON - Mentre il Pentagono ridisegna la presenza militare degli Stati Uniti in Europa, il massiccio impiego di munizioni e risorse nel conflitto in Medio Oriente contro l’Iran sta accendendo i riflettori sulle conseguenze globali per la difesa statunitense, allarmando gli alleati asiatici e creando un profondo malcontento tra i vertici militari dell’Indo-Pacifico. 

La revisione del dispiegamento delle truppe statunitensi nel continente europeo fornirà almeno quattro serie di opzioni da sottoporre al segretario alla Difesa Pete Hegseth entro il 6 novembre, in largo anticipo sulla scadenza di dicembre. La notizia, rivelata in esclusiva da Reuters sulla base di un documento interno intitolato “Terms of Reference”, svela le fasi dell’esame e i criteri per valutare la distribuzione delle forze.   

Tra gli alleati della Nato cresce il timore che il processo (avviato a giugno con una durata prevista di sei mesi) si traduca in consistenti riduzioni dei circa 80.000 militari statunitense di stanza in Europa, penalizzando i Paesi che, secondo il presidente Donald Trump, non hanno sostenuto adeguatamente gli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran.  

Il piano entra ora nel vivo: entro il 18 settembre il comandante supremo delle forze statunitensi in Europa incontrerà il sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby per definire gli scenari da proporre a Hegseth. Nel frattempo, Colby si recherà a Bruxelles per illustrare la revisione agli ambasciatori della Nato. 

Un alto funzionario del Pentagono ha spiegato a Reuters che l’ampio ventaglio di opzioni (che include comunque anche il mantenimento dell’attuale assetto) dimostra la serietà del processo: “Vogliamo poter discutere i vantaggi e gli svantaggi di diversi livelli e diverse disposizioni delle forze”.

Gli alleati europei restano tuttavia scettici, temendo che Washington abbia già deciso il ridimensionamento per spingerli ad assumersi una quota maggiore di responsabilità. Gli Usa stanno virando verso un modello in cui gli alleati assumono la guida, mentre Washington fornisce un sostegno “fondamentale ma più limitato”.  

A ciò si aggiunge la frustrazione espressa a giugno da Hegseth, che ha accusato alcuni partner di comportarsi da “scrocconi”, estendendo la valutazione alle condizioni di accesso a basi e cieli, allo spazio, alla sicurezza informatica e alle strutture d’intelligence. Tra i criteri decisivi figurano anche il rispetto degli impegni di spesa e le risposte a un questionario inviato da Washington agli alleati.  

Mentre l’Europa attende di conoscere il proprio futuro, sull’altro fronte strategico mondiale cresce la tensione. Secondo quanto riportato dal Washington Post sulla base di fonti diplomatiche ed esperte, il prolungato impegno bellico contro l’Iran sta esaurendo le scorte statunitensi, compromettendo la capacità di affrontare un eventuale conflitto con la Cina e creando forte apprensione a Seul, Tokyo e Taipei.   

I segnali di sofferenza operativa sono concreti: a settembre è stata cancellata un’esercitazione di sbarco anfibio con la Corea del Sud per esigenze legate alla guerra, una decisione giunta a una settimana dall’annuncio di Trump di una riduzione delle manovre congiunte. Paesi come Corea del Sud, Giappone e Taiwan, fortemente dipendenti dai sistemi d’arma Usa, affrontano ritardi nelle consegne ormai cronici, aggravati dal dirottamento di munizioni verso il Medio Oriente. 

Le autorità taiwanesi, infatti, sono in attesa della consegna di armamenti già autorizzata per quasi 30 miliardi di dollari (inclusi 882 milioni in missili Patriot). Un funzionario taiwanese ha previsto “ritardi significativi” per gli intercettori Pac-3. Sebbene Taipei attenda 102 intercettori entro l’anno, Jennifer Kavanagh (direttrice dell’analisi militare presso Defense Priorities) ritiene improbabile la consegna completa, poiché la priorità del Pentagono sarà ricostituire le proprie scorte e rifornire gli alleati del Golfo. 

Il Pentagono ha, inoltre, avvertito Tokyo di possibili slittamenti fino a due anni per le consegne, compresi i 400 missili da crociera Tomahawk. Il ministro della Difesa Shinjiro Koizumi aveva già riconosciuto a maggio l’eventualità di ritardi, pur confermando i piani di acquisto.   

All’interno del Comando Indo-Pacifico la frustrazione per il trasferimento di risorse verso il Medio Oriente sta montando. Durante la guerra, oltre 30 navi inizialmente destinate al Pacifico sono state dirottate nella regione mediorientale. Questo mese anche la portaerei USS George Washington, basata in Giappone, è stata inviata in Medio Oriente per sostituire la USS Abraham Lincoln, lasciando l’Indo-Pacifico privo della sua ultima portaerei statunitense a fronte di una Cina che vanta la marina più grande al mondo per numero di unità.  

Dall’Asia sono stati prelevati anche sistemi avanzati di difesa missilistica. Il generale Xavier Brunson, comandante delle forze statunitensi in Corea, ha confermato che alcuni radar erano stati rimossi dalla penisola coreana prima degli attacchi Usa contro gli impianti nucleari iraniani del giugno 2025 e che ulteriori munizioni sono state trasferite quest’anno, pur assicurando che il sistema antimissile Thaad in Corea del Sud rimane operativo.

Sebbene dal Dipartimento della Difesa si assicuri la capacità di scoraggiare qualsiasi aggressione grazie alla mobilità delle risorse tra i comandi, la pressione sulle scorte minaccia di ridisegnare gli equilibri di sicurezza globali.