ROMA - La scomparsa di Ratko Mladic, l’ex comandante militare dei serbi di Bosnia condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, riporta al centro della memoria collettiva una delle pagine più drammatiche delle guerre balcaniche degli anni ‘90: il massacro di Srebrenica. 

Sinonimo stesso di pulizia etnica, Srebrenica rappresenta l’immane tragedia di un assedio durato tre anni e costato la vita a oltre 8.000 tra uomini e ragazzi musulmani bosniaci. Una carneficina che ha segnato un’onta indelebile sull’onore delle forze armate olandesi chiamate a difendere la popolazione, concretizzando il ritorno dello spettro del genocidio in Europa quarant’anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.  

A seguito della dissoluzione della Jugoslavia e con l’esplosione della guerra in Bosnia nell’aprile del 1992, la città di Srebrenica (centro a maggioranza musulmana nella Bosnia orientale) finisce nel mirino delle truppe serbo-bosniache.

Affiancate da gruppi paramilitari provenienti dalla vicina Serbia e contemporaneamente all’avvio dell’assedio di Sarajevo, le forze serbo-bosniache conquistano progressivamente i centri della valle della Drina.

È l’inizio della politica di espulsioni e persecuzioni definita “pulizia etnica”. Pur riuscendo a riprendere temporaneamente il controllo della città, le forze musulmane bosniache rimangono circondate; entro la fine dell’anno i serbi bloccano gli accessi stradali, isolando l’enclave e lasciandola dipendente dagli aiuti umanitari. 

Tra marzo e aprile del 1993, mentre l’assedio si fa sempre più soffocante e i bombardamenti provocano numerose vittime civili, circa 8.000 persone vengono evacuate. Il 16 aprile, sotto il fuoco continuo di carri armati e artiglieria, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dichiara Srebrenica “zona sicura” sotto la protezione delle forze Onu e Nato per garantire l’accesso ai beni inviati dall’Unhcr.

Il giorno successivo viene siglato a Sarajevo un accordo di cessate il fuoco e smilitarizzazione che non verrà però mai rispettato. A maggio, l’Onu crea altre cinque aree protette: Sarajevo, Tuzla, Žepa, Goražde e Bihać. 

Il 1° marzo 1994 subentra a Srebrenica un contingente di circa 450 caschi blu olandesi (il Dutchbat), chiamato a sostituire i militari canadesi dopo uno sblocco nella rotazione delle truppe. Il contingente ha il compito di proteggere l’enclave e i civili, ma si trova ad operare in condizioni estremamente precarie, con risorse limitate e un mandato militare privo delle capacità necessarie per fronteggiare un’eventuale offensiva su larga scala. 

All’inizio di luglio le forze serbo-bosniache sferrano l’attacco decisivo da nord, est e sud. Il 9 luglio le truppe serbo-bosniache catturano circa 30 caschi blu come ostaggi e avanzano fino a meno di due chilometri dal centro cittadino.

Nonostante alcuni attacchi aerei della Nato l’11 luglio contro due carri armati serbi alla periferia della città, lo stesso giorno l’esercito guidato da Ratko Mladic conquista Srebrenica. Decine di migliaia di profughi (per la maggior parte donne, bambini e anziani) cercano rifugio nel complesso e attorno alla base dell’Onu a Potočari. 

Con la presa dell’area, Mladic ordina il trasferimento coatto di donne, bambini e anziani verso territori esterni. Tutti gli uomini e i ragazzi in età da combattimento vengono invece fermati, separati e fatti prigionieri. Parallelamente, migliaia di uomini tentano una fuga disperata nei boschi verso Tuzla, dove molti vengono intercettati.

Nei giorni successivi si consuma un’esecuzione sistematica e organizzata: oltre 8.000 uomini e ragazzi musulmani bosniaci (tra cui diversi minori) vengono fucilati in scuole, magazzini e altri luoghi di detenzione, per poi essere gettati in fosse comuni. Per occultare le prove del massacro, i serbi riapriranno e sposteranno successivamente molti dei corpi in altre sepolture secondarie. 

A partire dal 17 luglio emergono le prime agghiaccianti testimonianze dei sopravvissuti su omicidi, torture e stupri. Il 24 luglio e il 16 novembre il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (Icty), quando ancora non esisteva la Corte penale internazionale, incrimina per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità il leader politico Radovan Karadzic e il comandante Ratko Mladic. 

L’eccidio di Srebrenica è stato qualificato come genocidio sia dall’Icty sia dalla Corte penale internazionale, avendo riscontrato la deliberata volontà di distruggere un’intera componente della comunità musulmana bosniaca della regione.

La vicenda ha sollevato enormi polemiche sul ruolo dei caschi blu olandesi e sui limiti strutturali delle missioni di peacekeeping internazionali prive di un mandato e di forze adeguate alla protezione dei civili. 

Sotto la forte spinta della diplomazia internazionale, sconvolta dagli eventi di Srebrenica, il 21 novembre 1995 vengono firmati gli Accordi di Dayton che mettono fine al conflitto. La Bosnia-Erzegovina viene strutturata come uno Stato unitario diviso in due entità dotate di ampia autonomia e coordinate da istituzioni centrali deboli: la Republika Srpska (a maggioranza serba) e la Federazione di Bosnia-Erzegovina (a maggioranza croato-musulmana). 

Il lungo e complesso lavoro di identificazione genetica dei resti recuperati dalle fosse comuni ha consentito di dare un nome e una sepoltura a 6.880 vittime: 6.643 riposano nel cimitero memoriale di Potočari (dove ogni 11 luglio si celebrano le nuove inumazioni) e 237 in altri cimiteri della zona.

A trent’anni di distanza, Srebrenica resta il simbolo del fallimento della protezione internazionale e la ferita più profonda della storia europea recente.