L’AJA - Ratko Mladic, ex leader militare serbo-bosniaco noto come il “Macellaio della Bosnia”, è morto all’età di 84 anni in un ospedale penitenziario dell’Aja in seguito alle conseguenze di diversi ictus. A darne notizia è stata l’emittente statale serba Rts, confermando il decesso del generale da tempo malato.  

Negli ultimi mesi le sue condizioni di salute erano gravemente peggiorate: ad aprile il figlio aveva riferito di un ennesimo attacco e a maggio la difesa aveva chiesto con urgenza il trasferimento in Serbia per cure mediche, descrivendo uno stato di deterioramento fisico “avanzato e irreversibile”, una condizione “terminale” e un “alto rischio di morte imminente”.

Le richieste di liberazione o di scarcerazione presentate dalla famiglia e dai funzionari statali serbi erano state tuttavia respinte dal tribunale dell’Aja. 

Mladic stava scontando la pena dell’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Generale dell’esercito jugoslavo, durante la dissoluzione della Jugoslavia comandò inizialmente unità impegnate in Croazia, per poi diventare, nel maggio 1992, comandante dell’Esercito della Republika Srpska.

In quel ruolo rappresentò il braccio militare del brutale trio completato sul piano politico dall’ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic e dall’ex leader serbo-bosniaco Radovan Karadzic, mentre l’ex Jugoslavia sprofondava nella carneficina seguita alla caduta del comunismo. 

Il suo nome resta indissolubilmente legato alla pagina più buia della guerra del 1992-1995, un conflitto che provocò circa 100mila morti e 2,2 milioni di sfollati.

Il suo marchio di fabbrica fu la campagna di terrore contro i civili durante l’assedio di Sarajevo, condotta attraverso bombardamenti e cecchini, la presa in ostaggio di caschi blu dell’Onu nel 1995 per ostacolare gli attacchi della Nato e, soprattutto, il massacro di Srebrenica nel luglio del 1995: il peggior spargimento di sangue in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale. 

In quel tragico luglio, le forze serbe conquistarono l’enclave dichiarata “zona sicura” dalle Nazioni Unite. “Eccoci qui, l’11 luglio dell’anno 1995, nella Srebrenica serba”, dichiarò Mladic entrando nella città, affermando di offrirla “in dono alla nazione serba” e aggiungendo che era arrivato il momento di “vendicarci dei turchi in questo luogo”.

I filmati dell’epoca lo ripresero mentre distribuiva dolciumi ai bambini e rassicurava i civili a favore di telecamera: “Non abbiate paura di nulla, state tranquilli. Lasciate andare prima le donne e i bambini... Nessuno vi farà niente”. 

Poco dopo, mentre donne e bambini venivano portati via in autobus, più di 8.000 uomini e ragazzi musulmani bosniaci vennero separati, condotti nelle foreste e giustiziati. I loro corpi furono gettati in fosse comuni, molte delle quali vennero poi dissotterrate e seppellite nuovamente nel tentativo di nascondere le prove.

I pochi sopravvissuti raccontarono storie strazianti di omicidi, torture e stupri. Per questi fatti la giustizia internazionale lo ha riconosciuto colpevole di genocidio, assolvendolo da tale specifica accusa per i crimini commessi in altre municipalità bosniache nel 1992, per i quali fu comunque condannato per crimini contro l’umanità. 

Incriminato nel novembre del 1995 dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (Icty) – prima della nascita della Corte penale internazionale venivano istituiti tribunali speciali caso per caso per giudicare i crimini di guerra – Mladic fu rimosso dal suo incarico ma riuscì a rimanere latitante per 16 anni.

Inizialmente condusse una vita di lusso, viziato e protetto da una rete di fedelissimi e dai militari in Serbia, dove ancora oggi alcuni lo considerano un eroe. La pressione internazionale su di lui aumentò dopo la caduta di Milošević nel 2000, portando infine al suo arresto nel maggio del 2011 e alla successiva estradizione all’Aja. 

Per tutta la durata del processo si è sempre dichiarato innocente, scagliandosi contro la corte definita “figlia delle potenze occidentali” e descrivendosi come “il bersaglio della Nato”. Condannato in primo grado all’ergastolo nel 2017, la sentenza finale è stata confermata definitivamente in appello nel 2021.