WASHINGTON - La diplomazia internazionale è al lavoro nel tentativo di evitare la ripresa del conflitto tra Stati Uniti e Iran, attualmente congelato da una fragile tregua di sei settimane iniziata ad aprile. Secondo fonti statunitensi citate da Axios, il presidente Usa Donald Trump avrebbe riferito al premier israeliano Benjamin Netanyahu l’esistenza di una trattativa formale su una “lettera d’intenti”.
Il documento, che Washington e Teheran potrebbero firmare a breve, punta a decretare la fine formale delle ostilità e ad avviare un periodo di 30 giorni di negoziati serrati focalizzati su due nodi storici: il programma nucleare iraniano e la riapertura totale dello Stretto di Hormuz.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha confermato alla televisione di Stato (tramite l’agenzia Nour News) l’esistenza di canali di comunicazione indiretti: “Abbiamo ricevuto le osservazioni e i punti di vista della parte statunitense e li stiamo attualmente valutando”. Teheran continua a subordinare la pace al rilascio dei beni iraniani congelati all’estero e alla fine del blocco navale statunitense sui propri porti.
I negoziati hanno però subito una brusca frenata a causa di una direttiva tassativa emanata dalla Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Secondo fonti di alto livello citate da Reuters, Haaretz e Ynet, Khamenei ha imposto il divieto assoluto di trasferire all’estero le scorte di uranio arricchito al 60%.
Funzionari israeliani hanno rivelato che Donald Trump aveva personalmente garantito a Israele che l’uranio altamente arricchito, essenziale per l’arma atomica, sarebbe stato portato fuori dai confini iraniani come clausola imprescindibile dell’accordo. A bloccare il trasferimento è però la paura, da parte dei vertici iraniani, che il cessate il fuoco sia solo un inganno tattico e che privarsi dell’uranio renderebbe il Paese più vulnerabile a futuri raid statunitensi o israeliani.
Mentre Trump si dice disposto ad attendere “qualche giorno” la risposta della Repubblica Islamica, dal Pentagono arrivano segnali di massima allerta. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha pubblicato un durissimo messaggio di tre parole su X (“Pronti all’azione”), rilanciando il briefing del vicepresidente JD Vance alla Casa Bianca: “Non concluderemo un accordo che consenta agli iraniani di dotarsi di un’arma nucleare. Il presidente Donald Trump è disposto e in grado di agire militarmente, qualora fosse necessario”, ha assicurato.
La rigidità di Washington è alimentata anche dagli ultimi rapporti della Cnn: secondo fonti interne all’intelligence statunitense, l’Iran avrebbe sfruttato le sei settimane di tregua per rimettere in piedi il proprio apparato militare molto più velocemente del previsto, avendo già riavviato parte della produzione di droni bellici.
In questo clima di estrema tensione, il Pakistan si conferma il perno insostituibile della mediazione diplomatica basata su un piano di risoluzione in 14 punti originariamente avanzato da Teheran.
Nelle ultime ore, il capo dell’esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir, è atterrato a Teheran per una serie di consultazioni urgenti e per consegnare un nuovo messaggio da parte di Washington. La missione di Munir segue di poche ore quella del ministro degli Interni pakistano, Mohsin Naqvi, giunto in Iran per la seconda volta in una settimana per incontrare il presidente Masoud Pezeshkian e il capo della diplomazia Abbas Araghchi. “Le parti mediatrici preferiscono essere presenti di persona in fasi così delicate”, ha spiegato il portavoce iraniano Baghaei per giustificare il continuo viavai da Islamabad.
Parallelamente, la diplomazia si sposta su scala multilaterale: il ministero degli Esteri di Pechino ha annunciato che il premier pakistano Shehbaz Sharif si recherà in visita ufficiale in Cina da sabato a martedì prossimi su invito del premier cinese Li Qiang, per blindare il supporto della superpotenza asiatica agli equilibri geopolitici regionali.