GINEVRA - Il focolaio di hantavirus scoppiato a bordo della nave da crociera olandese Mv Hondius continua a far registrare nuovi sviluppi. Secondo l’ultimo bilancio ufficiale comunicato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), aggiornato al 13 maggio, i casi totali segnalati sono saliti a 11, con 3 decessi che fissano il tasso di mortalità provvisorio al 27%. Nel dettaglio, 8 contagi sono stati confermati in laboratorio come infezione da virus Andes, 2 sono considerati probabili e un ultimo caso, registrato negli Stati Uniti, rimane non conclusivo ed è tuttora in fase di accertamento. 

Rispetto al precedente report dell’8 maggio, l’agenzia delle Nazioni Unite ha confermato l’estensione internazionale del cluster, segnalando due nuovi casi emersi rispettivamente in Francia e in Spagna. Tutti i soggetti coinvolti facevano parte dei passeggeri della nave. Sul fronte del tracciamento, la ministra della Salute di Parigi, Stéphanie Rist, ha comunque lanciato un messaggio di rassicurazione, annunciando che tutti i contatti stretti delle persone risultate positive in territorio francese sono stati testati e sono risultati negativi, senza alcuna eccezione. 

Per monitorare attivamente l’evoluzione del focolaio, la presidenza di turno del Consiglio Ue, affidata in questo semestre a Cipro, ha deciso di attivare il meccanismo Ipcr (Risposta Integrata alle Crisi Politiche) in modalità di condivisione delle informazioni. Questa piattaforma consentirà di facilitare lo scambio tempestivo di dati tra gli Stati membri e le istituzioni europee, raccogliendo le evidenze sulle azioni in corso per rafforzare la preparazione comune. 

Parallelamente, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) ha voluto ridimensionare l’allarme per i cittadini europei, classificando il rischio per la popolazione generale come “molto basso”. La valutazione si basa sul fatto che le misure di contenimento sono già attive nei settori della sanità e della protezione civile e che, storicamente, gli hantavirus non mostrano una diffusione comunitaria efficiente o paragonabile a quella di altri virus. 

Nonostante le rassicurazioni delle agenzie europee, la gestione dell’epidemia multinazionale legata alla Mv Hondius ha riacceso un duro dibattito all’interno della comunità scientifica. Un team di esperti internazionali, guidato da Don Milton (Università del Maryland), rinomato specialista dei virus a trasmissione aerea, ha lanciato un forte appello all’Oms dalle pagine del British Medical Journal (BMJ). I firmatari della lettera — tra cui figurano scienziati di rilievo come Trisha Greenhalgh (Oxford), David N. Fisman (Toronto) e Lidia Morawska — chiedono una revisione radicale dell’approccio standard ai patogeni respiratori emergenti. 

“Sebbene il rischio generale rimanga basso, siamo di fronte alla trasmissione da persona a persona di un virus con un alto tasso di mortalità”, ha avvertito Milton. Il nucleo della critica scientifica risiede nel cosiddetto principio di precauzione. Secondo gli esperti, l’Oms dovrebbe smettere di minimizzare il rischio di trasmissione per via aerea fino a prova contraria. Al contrario, l’agenzia dovrebbe adottare immediatamente protezioni rigorose contro gli aerosol, per poi eventualmente ridurle solo quando le evidenze scientifiche lo giustifichino. 

Il gruppo di scienziati raccomanda l’adozione immediata di misure concrete, come l’uso obbligatorio di respiratori facciali ad alta protezione per gli operatori sanitari, i pazienti e i contatti stretti. Propone inoltre l’introduzione di linee guida rigide sulla ventilazione degli ambienti, con il divieto di ricircolo di aria non filtrata, e l’installazione di filtri portatili HEPA in tutti gli spazi chiusi adibiti alla quarantena e al trasporto dei pazienti. 

Per sostenere la tesi della trasmissione aerea, il team di scienziati ha richiamato i dati storici sul virus Andes, documentati da quasi trent’anni. In particolare, è stata citata l’epidemia avvenuta a Epuyén (Argentina) nel 2018-2019, dove un’unica introduzione dal mondo animale scatenò una catena di 34 infezioni e 11 decessi. In quell’occasione, la ricostruzione dei contagi dimostrò che il virus si era trasmesso durante eventi affollati (come feste e veglie funebri) a individui seduti a 2,5 metri di distanza dal paziente zero o che avevano semplicemente incrociato il malato nel tragitto verso il bagno, escludendo qualsiasi contatto fisico. 

Gli esperti contestano l’uso della formula “contatto ravvicinato” spesso utilizzata dall’OMS, spiegando che la vicinanza fisica non è un meccanismo di infezione, ma solo il contesto in cui si inala l’aerosol respiratorio infetto. Inoltre, i dati dimostrano che il picco di contagiosità si verifica spesso durante la fase prodromica della malattia — caratterizzata da sintomi aspecifici come febbre, mal di testa, nausea e dolori addominali — prima ancora che si manifesti il grave deterioramento respiratorio. 

Con un periodo di incubazione che può estendersi fino a 42 giorni e il coinvolgimento di successivi voli di linea commerciali, lo scenario attuale evoca per gli scienziati le dinamiche della prima SARS del 2003. “La questione rilevante per la salute pubblica — concludono gli autori — non è se il virus Andes sia altamente trasmissibile, ma se l’evidenza di una trasmissione per inalazione di un patogeno con una mortalità così elevata giustifichi una maggiore protezione. La risposta deve essere affermativa: i costi di un’attuazione tempestiva sono modesti, ma quelli di un ritardo potrebbero essere ingenti”.