Alcune notti, Simone Medri le ha passate sulle montagne dell’Etiopia, ospite di una comunità in un villaggio remoto. Ha dormito nelle case tradizionali di fango, ha mangiato il cibo cotto sul fuoco e ogni mattina sentiva il profumo del caffè, tostato sul momento come vuole la tradizione locale. “Sono piccoli momenti che, ancora oggi, ricordo come se fossero ieri”, racconta. Oltre all’Etiopia, tra i Paesi in cui ha scattato dal 2017 al 2025 le fotografie di Hope ci sono Zambia, Uganda, Ghana, India e Myanmar. È la mostra con cui Catholic Mission celebra il centenario della Giornata Missionaria Mondiale, istituita da papa Pio XI nel 1926.
Inaugurata venerdì 23 ottobre alla Tenison Woods House di North Sydney, in collaborazione con l’Australian Catholic University, resta aperta fino al 9 novembre ed è visitabile anche online. Le foto sono esposte accanto ai manifesti storici della Giornata e si possono acquistare: per informazioni si può contattare Catholic Mission sul sito www.catholicmission.org.au.
Originario di Cesena, Medri vive in Australia da 14 anni e lavora in Catholic Mission dal 2013 e oggi ne è direttore della comunicazione e del digitale. Il suo lavoro lo ha portato più volte nelle comunità che l’organizzazione sostiene all’estero, ed è per farle conoscere che ha cominciato a fotografare. “Ho comprato la mia prima macchina fotografica con i pochi risparmi che avevo”, spiega. Voleva raccontare meglio le storie delle persone che incontrava e dare loro “la visibilità e la dignità che meritavano”.
Attraverso la rete delle Pontificie Opere Missionarie, Catholic Mission sostiene progetti in oltre 160 Paesi. Negli ultimi anni ha rafforzato il suo impegno in Zambia, nella diocesi di Mpika, dove sostiene un mulino per il mais e finanzia, con un impegno triennale da un milione di dollari, un reparto maternità all’ospedale missionario di Chalabesa e dieci presidi sanitari nelle comunità più isolate. Tra i progetti che ha visto da vicino, Medri fa fatica a sceglierne uno: “Alla fine non sono soltanto i progetti o i risultati concreti a rimanerti dentro, ma soprattutto le persone che hai incontrato”.
Le immagini, del resto, raccontano solo una parte dei suoi viaggi. “Credo che i momenti che non ho fotografato siano molti di più di quelli che ho immortalato – dice –. Non tutto deve diventare una fotografia”. Anche il ritorno richiede tempo: “Ogni volta che torno a Sydney mi servono mesi per elaborare davvero tutto quello che ho visto e vissuto”.
Negli anni è cambiato anche il modo in cui gli australiani sostengono la missione. Lo racconta Peter Gates, in Catholic Mission da oltre 35 anni e da quest’anno direttore nazionale, al posto di padre Brian Lucas. “Vogliono sapere di più sull’impatto che il loro sostegno ha sulla vita delle persone”, spiega. Oggi i sostenitori chiedono dettagli e informazioni precise, forse perché, grazie al web e ai media digitali, trovarli è più facile. Una cosa però non è cambiata: la gentilezza e l’affetto con cui le persone rispondono a chi è fragile e nel bisogno, “un segno di bontà, e di Dio, nel cuore delle persone”.
Anche la comunità italo-australiana continua a fare la sua parte. “Le persone di origine italiana sono ancora oggi grandi sostenitrici della Chiesa e di Catholic Mission”, dice Gates, che parla di un grande atto di generosità e di un’eredità costruita in tanti anni. Un’eredità che oggi raccolgono anche i nuovi arrivati: “È speciale vedere che anche chi è arrivato in Australia più di recente, e condivide la fede cattolica, è diventato un grande sostenitore della missione”.
Medri, dal canto suo, lascia ai lettori un invito: “Non fermatevi alle fotografie. Prendetevi un momento per guardare le persone negli occhi e lasciate che, in qualche modo, siano loro a incontrare voi”. Il suo augurio è che chi visita la mostra esca “con uno sguardo un po’ diverso sul mondo e sulle persone che lo abitano”.