TEHERAN - Tensione sempre più alta attorno allo Stretto di Hormuz, l’arteria marittima strategica per il commercio globale al centro di un duro braccio di ferro diplomatico e militare. Il presidente statunitense Donald Trump non abbandona l’idea (già annunciata durante un intervento a New York venerdì scorso e ribadita nello Studio Ovale) di rendere la via d’acqua territorio statunitense.
Attraverso un post pubblicato su Truth Social, il tycoon ha condiviso una mappa dell’area contrassegnandola esplicitamente come “nuovo territorio degli Usa”, rivendicando un “controllo totale” sulla rotta e confermando l’intenzione di dichiararla formale possedimento Usa. Nello Studio Ovale, alla scadenza della tregua prevista dal memorandum d’intesa siglato a giugno, Trump ha escluso qualsiasi estensione dell’accordo, definendo Teheran “in grossa difficoltà” a causa di un’inflazione alle stelle e sostenendo che “il loro esercito è piegato, ormai sconfitto”.
Contestualmente, il presidente ha lanciato un duro avvertimento a Mascate, minacciando di “bombardare pesantemente” l’Oman se “si metterà in mezzo”, segnando un’ulteriore escalation nei confronti di un partner considerato cruciale nel Golfo. Un monito che rievoca le pressioni già esercitate a maggio, quando la Casa Bianca aveva avvertito che il sultanato avrebbe dovuto “comportarsi come tutti gli altri” o gli Stati Uniti sarebbero stati costretti a “farlo saltare in aria”.
Da parte sua, la replica dell’Iran non si è fatta attendere. Il principale negoziatore di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf, citato dai media statali, ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso fino a quando gli Stati Uniti non soddisferanno le condizioni del memorandum d’intesa firmato lo scorso 17 giugno. Per la riapertura del passaggio, ha precisato Ghalibaf, la Repubblica Islamica esige la revoca del blocco marittimo e delle sanzioni imposti da Washington, unitamente allo sblocco dei beni iraniani attualmente congelati.
In questo quadro di forte contrapposizione, si guarda con attenzione alle manovre di mediazione dell’Oman. Il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, ha riferito durante una conferenza stampa ripresa da Al Jazeera che i Paesi mediatori torneranno a lavorare per porre fine alla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, e per riavviare il dialogo tra le parti, solo dopo l’annuncio di un’intesa bilaterale tra Iran e Oman sul transito marittimo. Come comunicato nei giorni scorsi da Doha, i colloqui tra Teheran e Mascate hanno raggiunto una fase avanzata, concentrandosi su discussioni tecniche relative alle rotte di navigazione.
Sul campo, intanto, la sicurezza lungo la rotta resta estremamente precaria. L’Operazione commerciale marittima del Regno Unito (Ukmto) ha reso noto che una nave commerciale è stata colpita oggi, 18 agosto, da un “proiettile non identificato” durante il transito d’uscita dallo Stretto. L’impatto ha causato danni alla sala macchine e provocato il ferimento di un membro dell’equipaggio, che sta ricevendo assistenza dalla Guardia Costiera dell’Oman insieme agli altri marittimi. Al momento non si registrano impatti ambientali.
L’instabilità continua a paralizzare la navigazione commerciale. I dati preliminari sul traffico marittimo elaborati da Kpler indicano che ieri, nel giorno di scadenza del memorandum tra Washington e Teheran, solo sei navi mercantili (tre in entrata e tre in uscita) hanno attraversato lo Stretto. Sebbene si tratti di un lieve incremento rispetto al fine settimana (quando si erano registrati tre transiti sabato e soltanto due domenica, senza alcuna superpetroliera o gasiera LNG), il dato resta molto lontano dalla media degli ultimi 10 giorni, pari a 11 navi al giorno, pur considerando che alcune imbarcazioni potrebbero aver navigato con i transponder spenti sfuggendo al tracciamento.
A complicare ulteriormente il panorama regionale s’inseriscono i recenti attacchi condotti nel Kurdistan iracheno. L’Iran ha definito “sospetto” l’attacco con droni che ha colpito l’ufficio del primo ministro del governo regionale curdo, Masrour Barzani, e la residenza del capo dell’agenzia di sicurezza locale. Barzani ha attribuito la matrice dei droni a Teheran, parlando di “una pericolosa escalation e una minaccia diretta alla sicurezza e alla stabilità della regione del Kurdistan”.
Attraverso l’agenzia statale Irna, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha respinto le accuse bollando l’episodio come uno “sviluppo altamente sospetto” che richiede la massima vigilanza. Baghaei ha messo in guardia contro “piani sinistri da parte dei nemici di Iran e Iraq”, citando precedenti avvertimenti dei funzionari iracheni su possibili operazioni “false flag” orchestrate da attori ostili per danneggiare le relazioni bilaterali.
Le tensioni nell’area curda si collocano in un contesto delicato: secondo quanto rivelato da Axios, i funzionari curdi avrebbero agito come canale di comunicazione segreto tra la Casa Bianca e i Pasdaran iraniani, permettendo a Washington di aggirare i negoziatori ufficiali di Teheran nel tentativo di fermare il conflitto.