WASHINGTON - Mentre nel Medio Oriente la crisi tra gli Houthi yemeniti e l’Arabia Saudita registra un’ulteriore escalation, un rapporto dell’Ispettore Generale del Pentagono rivela per la prima volta l’impatto economico e strategico della guerra in Iran, confermando una pesante carenza nelle riserve americane e smentendo le rassicurazioni finora fornite dalla Casa Bianca.
Si aggrava la tensione lungo la costa occidentale dello Yemen e sul Mar Rosso, dove i ribelli filoiraniani Houthi hanno sferrato una nuova e massiccia ondata di attacchi contro obiettivi in territorio saudita. Secondo quanto riferito dalla coalizione militare guidata da Riad, i raid hanno provocato 13 feriti tra i civili nelle città di Khamis Mushait, Abha e Taif, causando danni a sette abitazioni e due veicoli.
Gli Houthi hanno rivendicato il lancio di decine di droni e missili verso la base aerea di Khamis Mushait, sostenendo di aver colpito depositi di munizioni, piste, radar e hangar. Il portavoce della coalizione saudita, il generale Turki al-Maliki, ha assicurato l’adozione di “tutte le misure operative necessarie” per fermare le incursioni, definendo l’avanzata e le azioni dei ribelli una minaccia diretta alla sovranità nazionale e alla popolazione. Riad sta attualmente valutando le modalità di risposta.
A gettare nuova luce sullo scenario globale del conflitto è il primo rapporto obbligatorio presentato al Congresso dall’Ispettore Generale del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, relativo alla prima fase dell’Operazione “Epic Fury” condotta contro l’Iran tra il 28 febbraio e il 30 giugno. Il documento stima che il costo totale delle operazioni abbia raggiunto nei primi quattro mesi la cifra di 33,4 miliardi di dollari, dei quali ben 22,3 miliardi spesi unicamente per le munizioni impiegate.
Nel testo si legge espressamente che “le spese in munizioni durante l’operazione Epic Fury hanno provocato una carenza negli inventari strategici e rivelato colli di bottiglia all’interno delle industrie per il rifornimento delle munizioni”. Un quadro che evidenzia i limiti dell’industria bellica a fronte di ritmi di fuoco elevati: dopo aver colpito oltre 1.000 obiettivi nelle prime 24 ore di guerra, infatti, il Centcom non è più stato in grado di ripetere attacchi di tale portata nei mesi successivi.
I rilievi dell’Ispettore Generale smentiscono direttamente le posizioni mantenute negli ultimi mesi dal presidente Donald Trump e dai vertici del Ministero della Difesa, che avevano ripetutamente negato l’esistenza di razionamenti o penurie. Anche di recente, attraverso la sua piattaforma Truth Social, Trump aveva sostenuto che gli Stati Uniti dispongono di quantità di munizioni “praticamente illimitate” e che il Paese sta producendo “più armi d’eccellenza e di élite rispetto a qualsiasi altro momento della nostra storia”.
Tuttavia, le rivelazioni del Pentagono trovano riscontro nelle ricostruzioni della stampa e della CNN, secondo cui proprio l’esaurimento (vicino all’80%) delle scorte di missili guidati a lungo raggio e di intercettori per la difesa aerea come i THAAD, avrebbe spinto la Casa Bianca a frenare e a non rinnovare attacchi su vasta scala contro Teheran durante la stagione estiva. Pur evidenziando le contromisure avviate dal Ministero per velocizzare le catene di montaggio, il rapporto precisa che l’ampliamento della capacità industriale richiede tempi di realizzazione significativi.
Il documento censirà inoltre le consistenti perdite materiali subite dalle forze statunitensi impegnate nel conflitto, che vede impiegati “oltre 50.000” militari Usa. Il bilancio del primo quadrimestre indica la distruzione di quattro caccia F-15 e il danneggiamento di un F-35, oltre al danneggiamento o alla distruzione di sette aerei cisterna KC-135 e fino a 30 droni d’attacco MQ-9 Reaper.
Sul fronte avversario, le ritorsioni condotte dall’Iran e dalle milizie alleate hanno causato gravi devastazioni: “gli attacchi iraniani hanno danneggiato e distrutto centinaia di edifici e installazioni nelle basi statunitensi in Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq, Oman e Giordania”, estendendo i danni fisici alle rappresentanze diplomatiche statunitensi in quattro Paesi (Iraq, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti). Il rapporto precisa che questi costi infrastrutturali non sono stati inclusi nel calcolo totale di 33,4 miliardi, poiché non è ancora stato stabilito se tutte le basi verranno ricostruite né quali soggetti si faranno carico delle relative spese.