TEHERAN - Mentre il conflitto mediorientale continua ad allargarsi e a coinvolgere la regione, si intensifica lo scontro verbale e diplomatico tra Washington e Teheran. Attraverso messaggi sui social media e dichiarazioni ufficiali, i vertici statunitensi e iraniani delineano posizioni opposte su un possibile negoziato, mentre la diplomazia internazionale tenta di aprire un canale di mediazione.
Dalla sua piattaforma Truth Social, il presidente Usa Donald Trump ha aperto alla possibilità di avviare trattative con Teheran, rivendicando tuttavia la piena autorità decisionale sull’avvio dei colloqui. “La fallimentare Nazione dell’Iran vuole un accordo in tempi rapidi e a qualsiasi costo”, ha scritto Trump, aggiungendo: “Sarò io a decidere se gli Stati Uniti parteciperanno o meno ai negoziati, un’ipotesi che non escludiamo”.
Nel suo intervento, il presidente statunitense ha anche affrontato il tema dei costi economici del conflitto e della protezione delle rotte marittime nel Golfo, con un richiamo agli alleati internazionali. “Il petrolio scorre attraverso lo Stretto di Hormuz. Le nazioni del mondo, che non ci hanno fornito alcun aiuto, dovrebbero (e lo faranno) rimborsare gli Stati Uniti d’America una volta che questo conflitto-truffa sarà giunto al termine. Lo stiamo facendo molto più per gli altri che per noi stessi, e lo facciamo da generazioni!”, ha dichiarato Trump su Truth.
La risposta iraniana alle aperture di Washington non si è fatta attendere. Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, ha avvertito gli Stati Uniti che il dialogo non riprenderà finché non saranno soddisfatte le richieste di Teheran. “Non lasciatevi distrarre dai segnali contrastanti del presidente statunitense, che alterna ‘nessun dialogo’ e ‘siamo pronti a parlare’ con l’Iran”, ha scritto Rezaei su X, ribadendo: “Nessun dialogo finché non saranno soddisfatte le condizioni dell’Iran. Punto!“.
Le condizioni poste dal governo iraniano per avviare qualsiasi trattativa prevedono la fine definitiva della guerra e di ogni aggressione contro la Repubblica Islamica e i suoi alleati regionali, incluso Hezbollah in Libano. Teheran esige inoltre la revoca del blocco imposto ai suoi porti, un risarcimento completo per i danni di guerra subiti, l’annullamento delle sanzioni contro la propria economia e lo sblocco incondizionato dei beni iraniani congelati all’estero.
Sul fronte diplomatico internazionale si muove la Cina. Il ministero degli Esteri di Pechino ha annunciato che il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, si recherà in visita ufficiale in Cina per incontrare l’omologo Wang Yi. I due diplomatici, che si erano già visti la scorsa settimana a margine della conferenza dei Brics a Delhi, terranno colloqui nell’ambito dei tentativi promossi da Pechino per mediare nel conflitto in corso da mesi tra l’Iran e gli Stati Uniti.
Sul piano della difesa interna, lo Stato Maggiore delle Forze armate iraniane ha emanato una direttiva nazionale sulla difesa passiva articolata in 10 punti, firmata dal generale maggiore Ali Abdollahi, capo di Stato maggiore e presidente del Comitato permanente per la Difesa passiva.
Riferita dall’agenzia turca Anadolu su fonti Fars in vista delle iniziative per la Giornata della Difesa passiva 2026, la direttiva stabilisce misure preparatorie operative per tre possibili contesti. Nel caso di una guerra su larga scala, il documento prevede la sospensione di grandi assembramenti ed eventi in presenza, concentrando le attività sulla preparazione operativa, sulla continuità dei servizi essenziali, sulla gestione delle risorse, sull’assistenza alla popolazione e sul coordinamento tra le autorità.
Qualora si giunga a un cessate il fuoco senza una definitiva cessazione delle ostilità, l’accento viene invece posto sulla preparazione della popolazione, sulla vigilanza contro le minacce della guerra ibrida e sulla sicurezza delle informazioni. Infine, nello scenario di una completa fine della guerra, si dispone la piena attuazione delle esercitazioni, delle attività di addestramento e dei programmi pubblici già pianificati.
La direttiva dispone inoltre l’aggiornamento dei piani operativi sulla base delle esperienze maturate in quelle che Teheran definisce la “seconda e terza guerra imposta” contro l’Iran. Analoghe istruzioni in 10 punti erano già state emanate nel 2024 e nel 2025 per la protezione delle infrastrutture e la preparazione civile; l’attuale documento formalizza tuttavia l’adeguamento esplicito a tre specifici scenari bellici.
L’attuale escalation è scoppiata il 28 febbraio, quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi su larga scala contro l’Iran, prendendo di mira installazioni militari, edifici governativi, infrastrutture missilistiche e sistemi di difesa aerea. L’Iran ha risposto sferrando attacchi missilistici e con droni contro Israele e contro le basi statunitensi dislocate nella regione, allargando lo scontro ad altre aree del Medio Oriente. Il conflitto odierno segue la precedente guerra di 12 giorni combattuta tra Iran e Israele nel giugno 2025, conclusasi all’epoca con un cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti.