Impossibile non chiederselo: come abbiamo fatto a ridurci così?  All’inizio un po’ alla volta, ma ora sembra che l’accelerazione sia inarrestabile. La politica ormai si fa sui social media. Annunci, sketch, cartoni, attacchi senza limiti e confini. La scorsa settimana il ministro per le Comunicazioni, Anika Wells, ha cercato di spiegare, ricorrendo a imbarazzanti paragoni tra mini personaggi in gomma morbida, in omaggio ogni tot dollari di spesa nei supermercati Woolworths, con la crisi degli alloggi e le riforme del settore immobiliare annunciate lo scorso maggio dal ministro del Tesoro, Jim Chalmers. Gli Ooshies sono diventati case, gli investitori collezionisti e gli acquirenti della prima casa dei bambini costretti a frequentare per qualche minuto l’asilo laburista creato dalla parlamentare in questione. Un insulto a qualsiasi cittadino australiano, evidentemente ritenuto ‘incapace’ – senza l’aiuto online della ‘maestra’ Wells -,  di capire le riforme del governo Albanese nella sua missione nel segno dell’equità intergenerazionale. 

Forse ci ha pensato proprio lei allo sketch in un momento di grande creatività, forse la mossa è stata studiata a tavolino da un numero sempre più nutrito di ‘esperti’ dei nuovi mezzi di comunicazione, che lavorano dietro le quinte seguendo i sondaggi minuto per minuto elaborando le strategie più geniali per ‘informare’ coloro che i giornali non li leggono più, che trovano estremamente superati radio e tv e vivono con il loro telefonino in mano. Informati accuratamente e in maniera sufficientemente ampia, come numero di parole e concetti assorbibili, se corredati da accattivanti immagini in competizione con i messaggi di influencer vari. Poche parole e tanti slogan, come quelli che piacciono alla concorrenza, che va di gran moda, della sempre più incisiva squadra ‘social’ di One Nation, che si è inventata la propaganda arrabbiata e diretta di Pauline Hanson, non di persona ma via cartone animato con le sembianze dalla popolare leader che ‘dice quello che pensa’ senza bisogno di fornire particolari dettagli su nulla. Meno di un minuto di ‘comunicazione’ per spiegare, nel caso Wells, con l’aiuto degli Ooshies, nuove aree da mettere a disposizione per lo sviluppo urbano, immigrazione, investimenti, costi del settore edile, restrizioni e agevolazioni fiscali.  

Speriamo che la responsabile delle Comunicazioni abbia capito che forse non era il caso di sottovalutare così apertamente l’intelligenza degli australiani e prenda un po’ più seriamente la nuova proposta del governo che è chiamata a ‘vendere’ e che riguarda proprio i social media. 

Martedì, infatti, ha presentato, assieme al primo ministro Anthony Albanese, un’altra innovativa iniziativa dell’amministrazione laburista per cercare di affrontare l’indubbio ‘problema’ degli utenti ‘usati’ dalle nuove tecnologie cercando in qualche modo di limitare automatismi su quello che devono sapere, cercare o seguire (servizio a pagina 12). 

L’idea in sé stessa è piuttosto semplice e certamente valida: le piattaforme social dovrebbero permettere agli utenti di scegliere cosa vedere. ‘Feed’ personalizzati, dunque, ma con opportunità a livello individuale di consenso o disattivazione. Alla base del progetto un tentativo di ridurre i danni prevedibili causati dai vari canali di comunicazione. Per i minori, l’obiettivo è limitare l’esposizione a pornografia, bullismo, misoginia, contenuti che promuovono disturbi alimentari e altri materiali potenzialmente molto dannosi o pericolosi. Per gli adulti, invece, l’intervento sarebbe maggiormente concentrato su contenuti e comportamenti illegali, come minacce, violenza sessuale, abusi sui minori e sostegno al terrorismo.

La proposta prevede inoltre che, per gli utenti sotto i 16 anni, vengano disattivate funzioni come gli algoritmi personalizzati e lo “scroll infinito”, rafforzando ulteriormente le protezioni già previste per questa fascia d’età.

Sicuramente un passo nella giusta direzione: le persone dovrebbero avere il diritto di scegliere quanto vogliono essere guidate dagli algoritmi, senza gli automatismi imposti dalla piattaforma usata. “My Feed, My Way” lo slogan usato dal governo per cercare di cambiare le cose e affrontare una delle questioni politiche e culturali più importanti in questa epoca in cui gli algoritmi delle piattaforme digitali più usate hanno imparato a conoscere le nostre debolezze, le nostre curiosità, le nostre ossessioni e perfino la nostra capacità di restare incollati allo schermo del nostro cellulare. 

La proposta del governo parte da un chiaro concetto-base: l’algoritmo non dovrebbe essere inevitabile. Le piattaforme potrebbero essere obbligate a chiedere agli utenti se vogliono ricevere contenuti selezionati e raccomandati automaticamente, oppure preferiscono un feed composto essenzialmente dai canali che hanno scelto liberamente di seguire. E la decisione potrebbe essere cambiata nel tempo.

È un principio condivisibile. Perché l’algoritmo non è un semplice strumento neutrale. Decide quali video compaiono davanti ai nostri occhi, quali notizie acquistano visibilità, quali persone continuiamo a seguire e quali invece scompaiono dal nostro campo visivo. Non ci limita a mostrare il mondo: contribuisce a costruire il mondo digitale nel quale ormai si vive. Il problema è che questa macchina funziona anche grazie a una logica economica precisa: più a lungo rimaniamo sulla piattaforma, più valore produciamo per la piattaforma. Lo “scroll infinito”, le notifiche, le raccomandazioni continue e la personalizzazione estrema non sono incidenti di percorso. Sono parte del prodotto.

Da qui nasce la seconda e più ambiziosa parte della proposta laburista: il cosiddetto “Digital Duty of Care”, un “dovere di tutela” che imporrebbe alle grandi piattaforme (come Instagram, Facebook, Tik Tok ecc.) di prevenire, per quanto possibile, danni prevedibili derivanti dai loro sistemi. E qui comincia la parte più difficile dell’intero progetto: chi decide cosa e quanto proteggere? Chi è chiamato a scrivere le nuove regole?  Il piano annunciato prevede, infatti, che il ministro delle Comunicazioni possa aggiungere nuove categorie di “danno” attraverso regolamenti , senza ricorrere ogni volta all’approvazione parlamentare. È una clausola comprensibile in un settore nel quale la tecnologia cambia più rapidamente delle leggi. Oggi esiste un problema, domani ne può comparire uno completamente nuovo: basti pensare agli strumenti di intelligenza artificiale capaci di manipolare fotografie o creare immagini sessualizzate di persone reali.

Ma proprio perché il potere pubblico deve poter intervenire davanti a problemi nuovi, bisogna evitare che la definizione di “danno” diventi elastica al punto da comprendere praticamente qualsiasi cosa. È qui che la discussione diventa più complicata e sono comprensibili le perplessità sollevate dall’opposizione su confini decisionali e le limitazioni imposte da un governo o un ministro. I verdi sembrano essere dalla parte di Albanese, la Coalizione ha già manifestato riserve per ciò che riguarda i poteri di un ministro o del governo stesso. Necessario quindi un dibattito attento affinché le migliori intenzioni non diventino qualche altro tipo di eccesso d’intervento dall’alto. 

Per i minori, è ragionevole prevedere protezioni. La libertà non può significare abbandono. Per gli adulti il discorso cambia e la possibilità di scegliere è importante perché è importante sapere a che gioco si gioca e le conseguenze positive o negative delle proprie scelte, sapendo di poterle cambiare in qualsiasi momento.

L’Australia sta dunque provando a rispondere a una domanda che riguarda ormai tutti e un po’ tutte le democrazie: quanto potere siamo disposti a lasciare agli algoritmi che decidono cosa entra nella nostra testa? Sull’altro piatto della bilancia però, massima attenzione per impedire che qualcun altro (compresa Anika Wells al momento) decida al nostro posto cosa possiamo o dobbiamo vedere, leggere e pensare. Magari aiutato dagli Ooshies.