TOKYO - Il possibile invio di dragamine e navi di scorta giapponesi nello Stretto di Hormuz, dopo l’annuncio dell’accordo di pace tra Stati Uniti e Iran, si presenta per Tokyo come un dossier ad alto rischio politico.

Sebbene le Forze marittime di autodifesa nipponiche abbiano capacità d’eccellenza nello sminamento, trasformarle in una missione operativa all’estero significa muoversi dentro i paletti dell’articolo 9 della Costituzione pacifista e affrontare un’opinione pubblica profondamente divisa. 

Parlando a Roma al fianco della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la premier giapponese Sanae Takaichi ha accolto l’intesa Usa-Iran come “un passo significativo verso la soluzione della situazione”, aggiungendo che è “importante che l’accordo sia firmato correttamente e che il suo contenuto sia attuato senza esitazioni”.

Proprio l’effettiva cessazione delle ostilità aprirebbe però il capitolo più delicato per il suo governo: il contributo a una missione multilaterale per riaprire lo Stretto. 

Sulla questione, il capo segretario di gabinetto e portavoce dell’esecutivo, Minoru Kihara, ha frenato spiegando che “nulla è stato deciso” sull’eventuale invio dei militari e che, in merito ai contributi all’assistenza umanitaria e alla ricostruzione, il Giappone “prenderà decisioni appropriate valutando la situazione e le necessità future”. 

La prudenza di Tokyo riflette un preciso vincolo costituzionale: il Giappone può sostenere missioni internazionali, ma deve evitare che le proprie attività siano considerate parte integrante dell’uso della forza. Poiché la rimozione di mine in tempo di conflitto può essere interpretata come un atto bellico, l’intervento delle Forze di autodifesa è legalmente possibile solo se l’area non è teatro di combattimenti. 

Per questa ragione, il ministro della Difesa Shinjiro Koizumi ha indicato come condizioni tassative e necessarie per dare il via libera alla missione la presenza di un cessate il fuoco effettivo, l’apertura di canali di comunicazione stabili con l’Iran e una reale riduzione della minaccia sul terreno. 

Anche l’eventuale impiego di navi di scorta per proteggere le unità civili presenta forti ostacoli, poiché richiederebbe regole d’ingaggio più robuste, aprendo un delicato dibattito costituzionale.

Nel 2019, durante un’altra fase di forti tensioni tra Washington e Teheran, l’allora premier Shinzo Abe aggirò il problema inviando unità navali in Medio Oriente con l’unica finalità di raccogliere informazioni (attività pienamente consentita dalla legge giapponese) evitando così di prendere parte alla coalizione guidata dagli Stati Uniti. Replicare oggi una formula simile, tuttavia, potrebbe non bastare a soddisfare le aspettative degli alleati. 

La pressione statunitense resta il fulcro politico del dibattito. Già a marzo, il presidente Usa Donald Trump aveva chiesto esplicitamente agli alleati, incluso il Giappone, di inviare navi a presidiare lo Stretto. In quell’occasione, Takaichi aveva risposto che Tokyo avrebbe agito rigidamente entro i limiti delle proprie leggi, avviando al contempo un monitoraggio discreto sui movimenti di Francia e Regno Unito. 

Internamente, il Partito Liberaldemocratico spinge per una linea più attiva. Ad aprile, esponenti di spicco della maggioranza hanno suggerito che, a combattimenti cessati, il Giappone dovrebbe schierare i propri dragamine. Nello stesso mese, la stessa Takaichi ha confidato ai suoi collaboratori che, una volta siglato il cessate il fuoco, il Giappone avrebbe avuto “diverse opzioni” sul tavolo. 

Il modello politico e giuridico di riferimento per l’operazione risale al 1991 quando, subito dopo la Guerra del Golfo e a cessate il fuoco già raggiunto, Tokyo inviò sei dragamine e 510 militari nel Golfo Persico, in quella che fu la prima storica missione delle Forze di autodifesa all’estero. 

Dal punto di vista militare, la Marina giapponese possiede una flotta specializzata di prim’ordine: 16 unità da sminamento e due navi appoggio capaci di garantire rifornimenti di viveri e carburante per missioni prolungate a lungo raggio. Le loro competenze coprono sia la caccia alle mine già localizzate, sia il dragaggio su vasta scala per neutralizzare gli ordigni occulti. 

La prontezza dell’equipaggio è testata regolarmente sul campo. Tra il 15 e il 27 giugno è in corso la Live-Minex26, un’esercitazione bilaterale nippo-statunitense nell’area di Iwo-To. Tokyo vi partecipa con due navi appoggio, cinque dragamine (due oceanici e tre costieri) e una fregata, impegnati in simulazioni di caccia alle mine e bonifica di esplosivi: uno scenario speculare a quello che i marinai troverebbero a Hormuz. 

La posta in gioco economica spiega l’impossibilità per il governo di ignorare il dossier. Lo Stretto di Hormuz è il principale collo di bottiglia energetico del pianeta: nel 2024 vi sono transitati circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno (un quinto dei consumi globali). Per il Giappone la questione è vitale, dato che oltre il 90% del suo greggio importato proviene proprio dal Medio Oriente. 

Se da un lato la dipendenza energetica permette al governo di giustificare la missione a tutela degli interessi nazionali, dall’altro espone Takaichi al fuoco delle opposizioni, pronte ad accusarla di voler piegare la Costituzione pacifista per assecondare le richieste di Washington. 

Anche l’elettorato si mostra frammentato: un sondaggio condotto da Nikkei ad aprile ha rivelato che il 36% dei giapponesi è favorevole all’invio dei militari solo dopo la fine dei combattimenti, il 12% accetterebbe il dispiegamento anche a ostilità in corso (per un totale del 48% di pareri positivi), mentre il 45% si oppone tassativamente a qualsiasi tipo di intervento navale.

La decisione finale richiederà a Tokyo un equilibrismo perfetto per rassicurare la comunità internazionale senza innescare una crisi politica interna.