BUENOS AIRES – Il governo di Javier Milei ha formalizzato questo giovedì la privatizzazione di Agua y Saneamientos Argentinos (Aysa), autorizzando la vendita del 90% del pacchetto azionario ancora nelle mani dello Stato nazionale.
La misura è stata ufficializzata tramite il Decreto 494/2026, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, e rappresenta un nuovo passo nel processo di trasformazione del servizio di acqua potabile e fognature nell’Area Metropolitana di Buenos Aires (Amba).
La norma, firmata dal presidente Milei e dal ministro dell’Economia Luis Caputo, autorizza il trasferimento della compagnia attraverso una gara pubblica nazionale e internazionale, che sarà coordinata dal ministero dell’Economia insieme all’Agenzia per la trasformazione delle imprese pubbliche.
Secondo lo schema definito dall’Esecutivo, l’operazione si svolgerà in due fasi. In primo luogo si cercherà di trasferire almeno il 51% delle azioni a un operatore strategico del settore, che assumerà il controllo operativo dell’azienda. Successivamente, il restante capitale azionario sarà offerto nelle borse e nei mercati locali.
La privatizzazione di Aysa era stata resa possibile con l’approvazione della Ley Bases e ha iniziato a prendere forma nel corso del 2025, quando il Governo ha promosso una profonda modifica del quadro normativo dell’azienda.
Tra gli altri cambiamenti, l’Esecutivo ha autorizzato l’interruzione del servizio in caso di mancato pagamento (prima non permesso dalla legge in quanto servizio essenziale e diritto umano), ha introdotto meccanismi automatici di aggiornamento tariffario e ha ampliato i poteri della futura concessionaria.
Ora, con il nuovo decreto, l’amministrazione libertaria avanza verso il trasferimento definitivo della compagnia al settore privato.
Il governo ha giustificato la decisione con una diagnosi critica sul funzionamento dell’azienda dalla sua rinazionalizzazione nel 2006. Secondo dati ufficiali, AySA ha ricevuto trasferimenti dal Tesoro nazionale per circa 13,4 miliardi di dollari tra il 2006 e il 2023.
Nel decreto, l’Esecutivo sostiene che, nonostante tali apporti, siano persistiti problemi infrastrutturali, aumento dei costi operativi e perdita di produttività. Sostiene inoltre che lo Stato non sia in grado di affrontare gli investimenti necessari per ampliare e mantenere il servizio senza compromettere la politica di riduzione del deficit fiscale.
“L’intervento statale (…) non ha dato i risultati attesi”, afferma il testo ufficiale.
La discussione, tuttavia, rimanda inevitabilmente ai precedenti degli anni Novanta. Nel 1993, durante il governo di Carlos Menem, Obras Sanitarias de la Nación fu concessa al consorzio Aguas Argentinas, guidato dal colosso francese Suez.
Quella privatizzazione fu presentata con argomentazioni simili a quelle attuali: necessità di investimenti, modernizzazione del sistema e miglioramento dell’efficienza del servizio. Tuttavia, con il passare degli anni, aumentarono le denunce per il mancato rispetto dei piani di opere, gli aumenti tariffari e i problemi di qualità dell’acqua in diverse zone della periferia bonaerense.
Nel 2006, il governo di Néstor Kirchner rescisse la concessione e rinazionalizzò il servizio attraverso la creazione di Aysa. Tra le motivazioni ufficiali figuravano inadempienze contrattuali dell’azienda e rischi sanitari associati agli alti livelli di nitrati, rilevati in alcune località.
Dopo il ritorno sotto il controllo statale, la rete di acqua potabile e fognature si è estesa a milioni di abitazioni, anche se l’azienda ha continuato a dipendere dai sussidi pubblici per sostenere gran parte delle proprie operazioni e opere infrastrutturali.
Trentatré anni dopo la prima privatizzazione del servizio, Aysa torna così al centro di un dibattito storico sul ruolo dello Stato nei servizi pubblici essenziali e sull’accesso all’acqua in un contesto di crescente liberalizzazione economica.