CANBERRA - Le concessioni fiscali annunciate dal governo Albanese per startup e piccole imprese non bastano a spegnere l’allarme dei creatori delle attività, secondo cui le modifiche all’imposta sulle plusvalenze rischiano ancora di accelerare la fuga dei talenti dall’Australia.

La manovra di maggio aveva previsto la sostituzione dello sconto del 50% sull’imposta sulle plusvalenze con un modello basato sull’indicizzazione del costo base all’inflazione e un’aliquota minima del 30%. La misura era stata presentata come un modo per rendere il mercato immobiliare più equo per chi compra la prima casa, riducendo i vantaggi degli investitori immobiliari. Ma il cambiamento si applica a tutti gli asset, comprese azioni e imprese.

Per le startup il problema è tecnico e concreto. Molte partono da un costo base quasi nullo, quindi l’indicizzazione all’inflazione offre un beneficio minimo. Il risultato può essere un raddoppio dell’aliquota effettiva massima sulle plusvalenze, fino a quasi il 47%, riducendo l’incentivo ad avviare un’impresa e assumersi rischi.

Il governo, contraddicendo le proprie dichiarazioni che avevano escluso modifiche di rilievo, ha cercato di correggere il tiro introducendo nuove deroghe: le “imprese innovative” potranno continuare ad accedere allo sconto del 50%, mentre sarà ampliata l’idoneità alla riduzione del 50% sugli active assets per le piccole imprese. La consultazione sui dettagli resta però aperta.

Il nodo riguarda anche il personale. Le startup, avendo meno capitale per pagare stipendi competitivi rispetto alle aziende consolidate, spesso usano la sweat equity: quote dell’impresa offerte ai dipendenti in cambio del lavoro e della scommessa su una futura crescita di valore.

Un fondatore di startup, rimasto anonimo per parlare liberamente, ha detto che le startup australiane operano già “in modalità difficile”. Secondo lui, il flusso di giovani qualificati verso gli Stati Uniti aumenterà, mentre anche Regno Unito e Nuova Zelanda diventano più ambiti. “Ogni frontier lab è ormai pieno di australiani che lavorano negli Stati Uniti - ha detto -. Vieni pagato molto di più, paghi meno tasse. E vivi anche un po’ di avventura”.

Geoff Wilson, funzionario capo del reparto finanziamenti di Wilson Asset Management, ha definito la corsa del governo a proteggere le startup un’ammissione dei difetti della proposta originaria. “Il problema fondamentale resta invariato - ha detto -. Questa è ancora una tassa sull’ambizione, sull’imprenditorialità e sul capitale produttivo australiano”.

Per Skye Cappuccio, CEO del Council of Small Business Organisations Australia, l’esclusione è un passo nella direzione giusta, ma restano dubbi sugli effetti più ampi su investimenti, imprese e produttività. Il ministro ombra del Tesoro Tim Wilson è stato più netto: le concessioni, ha detto, equivalgono a “rendere presentabile una proposta sbagliata alla base”.

Chartered Accountants ANZ ha invece salutato positivamente l’aumento della soglia per accedere allo sconto sugli active assets. Ma la commissione parlamentare, attesa oggi al rapporto finale, dovrà chiarire se le correzioni bastano. Per ora, il settore vede meno una soluzione che un argine parziale.