LONDRA - Con l’uscita di scena di Keir Starmer, Andy Burnham si appresta a varcare la soglia di Downing Street, pronto a ereditare la guida del Partito Laburista e del governo britannico. Un cambio della guardia cruciale che spinge a interrogarsi su come il nuovo inquilino del numero 10 verrà accolto sullo scacchiere internazionale.  

A delineare la mappa delle reazioni e delle aspettative globali è un’analisi della Bbc, che ha interpellato i propri corrispondenti da Stati Uniti, Cina, Russia, Ucraina, Unione Europea e India. 

L’attenzione degli osservatori è catalizzata soprattutto sulla futura relazione con il presidente Usa Donald Trump, che in passato non ha risparmiato dure sferzate a Starmer, contestandone la statura politica con l’affondo: “Non è certo Winston Churchill”. 

Nei confronti di Burnham, il tycoon si è finora mostrato piuttosto scettico, considerandolo “estremamente liberale” e ritenendolo inadeguato a risolvere i nodi dell’immigrazione o a incentivare le trivellazioni nel Mare del Nord.

A irrigidire l’amministrazione statunitense è anche la previsione che Burnham nomini Ed Miliband come Cancelliere dello Scacchiere: quando era ministro dell’Energia, infatti, Miliband vietò il rilascio di nuove licenze di esplorazione per petrolio e gas nel Mare del Nord. 

Dietro le quinte, i funzionari di Washington stanno già esercitando pressioni sul team di Burnham, affinché vari una squadra di governo gradita agli Usa, auspicando una continuità in politica estera che passi per la conferma di Yvette Cooper come ministra degli Esteri.  

Secondo la Bbc, l’essere quasi sconosciuto negli Stati Uniti rappresenta per il nuovo premier un’arma a doppio taglio, sospesa tra rischio e opportunità. Da un lato, con un’efficace strategia di persuasione, Burnham potrebbe riuscire a conquistare la fiducia di Trump nonostante le profonde divergenze politiche; dall’altro, le forti pressioni politiche interne in entrambi i Paesi potrebbero irrigidire i rapporti ben prima che si possa instaurare un legame personale tra i due leader. 

A Pechino il sentimento dominante è la frustrazione per la cronica instabilità politica di Londra. In passato, Burnham aveva indicato la rete ferroviaria ad alta velocità cinese come un modello da esportare nel Nord dell’Inghilterra e, nel 2018, si era mostrato aperto alle opportunità di investimento offerte dalla Cina a livello regionale. 

Nelle vesti di primo ministro, tuttavia, il quadro si complica: il rapporto con Pechino andrà bilanciato tra benefici economici e rischi per la sicurezza nazionale. Resta da capire se Burnham sceglierà la linea del pragmatismo tracciata da Starmer o se virerà verso una direzione diversa. Per ora, i funzionari cinesi osserveranno con cautela gli sviluppi, sperando che il Regno Unito scelga di considerare la Cina un partner stabile e prevedibile, in contrapposizione agli Stati Uniti. 

Nel frattempo, diversi analisti cinesi leggono il continuo valzer dei primi ministri britannici come un sintomo di debolezza. Zhang Jian, membro degli Istituti cinesi di relazioni internazionali contemporanee, ha liquidato la situazione parlando di una vera e propria “crisi d’identità” del Regno Unito successiva alla Brexit. 

Da parte sua, Mosca non si aspetta alcuna svolta diplomatica nei rapporti bilaterali. I media russi ritengono di aver già inquadrato il profilo del nuovo leader laburista: la Rossiyskaya Gazeta, ad esempio, lo ha descritto come “un critico della Russia, che chiede continuamente all’Occidente di adottare una posizione più dura”.  

Il Cremlino esclude, quindi, inversioni di rotta, come confermato dalle parole del portavoce Dmitry Peskov: “È improbabile che qualcuno sulla scena politica britannica abbia una posizione diversa da quella di Keir Starmer sulle nostre relazioni bilaterali”. 

Dopotutto, il sostegno di Londra a Kiev resta granitico e Burnham stesso ha rivendicato via social la propria ferma opposizione all’annessione russa della Crimea nel 2014, la contrarietà ai Mondiali di calcio in Russia del 2018 e il costante supporto fornito all’Ucraina e ai suoi sindaci dal 2022. 

Proprio a Kiev, tuttavia, cresce l’apprensione per la volatilità politica nel Regno Unito: nel quinto anno dall’inizio dell’invasione russa, l’Ucraina si appresta infatti a relazionarsi con il quinto primo ministro britannico.

Kiev ha vitale bisogno che Londra mantenga gli aiuti militari, le forniture di droni e il sostegno economico “per tutto il tempo necessario”, in linea con le promesse finora mantenute da tutti i predecessori di Burnham, da Boris Johnson fino a Keir Starmer. Pur tra i timori per l’instabilità politica del partner, le garanzie di sicurezza non dovrebbero comunque vacillare. 

L’Unione Europea attende Burnham al varco per verificare la tenuta degli impegni strategici presi da Starmer, primo fra tutti l’innalzamento della spesa per la difesa al 3,5% del Pil entro il 2035 in ambito Nato. Bruxelles vuole inoltre capire se il nuovo leader darà seguito al “reset” delle relazioni economiche con l’Ue e se sarà disposto a scendere a compromessi sulle storiche linee rosse invalicabili dei laburisti: il fermo no alla libera circolazione delle persone, al rientro nell’unione doganale e al mercato unico. 

Mentre Burnham sembra intenzionato a dare assoluta priorità alle riforme interne, in Europa ci si chiede se, di fronte alle minacce globali di Russia e Cina, alle necessità di Kiev e alle incognite di una presidenza Usa ostile, il nuovo inquilino di Downing Street saprà dare il giusto peso anche alla sicurezza del continente. 

In questo scenario, la Francia punta sulla continuità e spera che la linea di Burnham ricalchi quella del suo predecessore. Finora l’unico commento ufficiale da Parigi è giunto dal ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot, che ha augurato buon lavoro al nuovo leader auspicando “la massima stabilità possibile” oltre la Manica.

Secondo fonti della Bbc, il governo francese considera Burnham un filoeuropeo convinto, non dissimile da Starmer, con cui il rilancio dei rapporti bilaterali era già avviato. Parigi punterà a intensificare la cooperazione sul contrasto alle “piccole imbarcazioni” che attraversano la Manica e a blindare l’intesa sulla difesa, forte degli ottimi risultati ottenuti dal tandem Starmer-Macron sui dossier caldi dell’Ucraina e dello Stretto di Hormuz. 

Per Nuova Delhi, infine, Andy Burnham è una figura quasi del tutto sconosciuta. Fonti diplomatiche indiane rilevano come i continui scossoni politici nel Regno Unito offrano un contrasto stridente con la stabilità dell’India, dove il Bharatiya Janata Party (BJP) e il premier Narendra Modi governano ininterrottamente da oltre un decennio. 

Se da un lato i canali ufficiali indiani mantengono un rigoroso silenzio istituzionale, dall’altro vi è chi teme che la saga politica britannica non sia ancora giunta al capolinea. Emblematico in tal senso il commento di Yashvardhan Kumar Sinha, ex Alto Commissario indiano nel Regno Unito, che ha descritto Burnham come un “leader popolare”, costretto però a muoversi in un contesto segnato da “un movimento riformista in forte ripresa”.