MONTEVIDEO - Lo Stadio Centenario, uno dei luoghi più emblematici dell’Uruguay, ha accolto questa sera, sabato 7 novembre, decine di migliaia di fedeli per la veglia di preghiera presieduta da Papa Leone XIV, in quello che è stato senza dubbio l’appuntamento più atteso della sua visita nel Paese. 

I biglietti, gratuiti e tutti esauriti, lasciavano prevedere una partecipazione di circa 60.000 persone e fin dal pomeriggio il pubblico ha raggiunto lo storico impianto che ha ospitato il primo mondiale di calcio della storia, nel 1930, dove l’attesa del Pontefice è stata accompagnata da esibizioni musicali, testimonianze e momenti di animazione.  

Per chi non è riuscito a ottenere un ingresso, gli organizzatori hanno predisposto anche un maxischermo all’esterno dello stadio. 

Un appuntamento dal forte valore simbolico, che ripete l’evento del 1988 in occasione della visita di Giovanni Paolo II, l’ultima volta che un Papa ha incontrato i fedeli uruguaiani allo Stadio Centenario. 

A dare il primo saluto al Papa, dopo un giro dell’intero perimetro a bordo della papamobile salutando i fedeli riuniti sugli spalti, è stato il cardinale Daniel Sturla, arcivescovo di Montevideo, che ha scelto il linguaggio del calcio per rivolgersi ai fedeli riuniti nello storico Stadio Centenario, costruito per il primo Mondiale di calcio del 1930 e teatro della finale vinta dall’Uruguay contro l’Argentina.  

“Avere il Papa tra noi è un golazo – ha esclamato Sturla, prima di invitare i presenti a trasformare l’entusiasmo in impegno concreto –. Non siamo venuti soltanto a tifare dagli spalti: Cristo ci invita a scendere in campo nella vita”.  

Richiamando poi la maglia celeste della nazionale uruguaiana, simbolo di unità del Paese, il cardinale ha sottolineato che “come la Celeste unisce un intero Paese, la fede ci convoca come popolo di Dio. Su questa tribuna nessuno resta escluso”. 

Dopo l’intervento di Sturla, la veglia è proseguita con momenti di preghiera, canti religiosi e testimonianze di fede, prima di lasciare spazio alla lettura di un passo del Vangelo che ha anticipato il discorso di Leone XIV. 

Il Pontefice ha rivolto la propria attenzione alle sfide della comunità cattolica uruguaiana, chiamata a vivere e trasmettere la fede in una società sempre più secolarizzata, riconoscendo che in molti luoghi “la fede ha smesso di trasmettersi con la naturalezza delle generazioni precedenti” e osservando come i cattolici uruguaiani abbiano imparato a vivere in una società nella quale la pratica religiosa non occupa più il posto di un tempo. 

Una condizione che, secondo il Papa, può rappresentare anche un esempio per altre comunità cristiane nel mondo, chiamate a confrontarsi con la progressiva perdita di centralità della religione. 

Per sviluppare questa riflessione, Leone XIV ha scelto l’immagine biblica di Betlemme, una città piccola e apparentemente insignificante, nella quale tuttavia è nato Gesù. 

“Quando siamo pochi, quando diminuiscono le forze o quando constatiamo che la nostra presenza sociale non è più la stessa, c’è il rischio di cominciare a giudicare la nostra situazione con criteri molto umani”, ha osservato, ricordando che “Dio ha scelto Betlemme, e questa scelta basta perché non identifichiamo la piccolezza con l’insignificanza”. 

Il Pontefice si è soffermato anche sul rischio che l’indifferenza religiosa finisca per relegare la fede esclusivamente alla dimensione privata, come se non avesse più nulla da offrire alla società. “Quando si pretende di costruire un mondo senza Dio, si corre il rischio di non lasciare più posto neppure all’uomo”, ha avvertito. 

Da qui l’invito ai credenti a testimoniare la propria fede attraverso le scelte quotidiane, anche in un contesto nel quale non tutti condividono le stesse convinzioni religiose. Richiamando il viaggio dei Magi verso Betlemme, Leone XIV ha ricordato che “per illuminare molto non occorre essere molti, ma riflettere la luce del Signore”. 

Particolarmente diretto è stato il messaggio rivolto ai giovani e alle famiglie. “Giovani, osate voi stessi fare il passo sposandovi e formando una famiglia”, ha esortato, invitando gli sposi ad accogliere la vita e chi sente una vocazione religiosa a non ignorarla per timore di rinunciare ad altre opportunità. 

Non è mancato un richiamo alla responsabilità individuale e alla solidarietà: “Quando essere giusti e onesti avrà un prezzo, pagatelo. Quando perdonare sembrerà una sconfitta, perdonate”. 

Il Papa ha quindi invitato i fedeli a non limitare la propria esperienza religiosa a una pratica abituale, ma a tradurla in un impegno concreto. “Non adeguatevi a una vita semplicemente corretta, né a una fede di abitudine che si accontenta dell’indispensabile”, ha affermato, aggiungendo che “Cristo non ci ha chiamati alla mediocrità”. 

Nella parte conclusiva del suo intervento, Leone XIV è tornato all’immagine di Betlemme e ai pastori che, dopo aver incontrato Gesù, ripresero la propria vita quotidiana. Tornarono, ha ricordato, “allo stesso lavoro, alle stesse strade e probabilmente agli stessi problemi. Eppure, non erano più gli stessi: avevano incontrato Cristo”. 

Un’immagine con la quale il Pontefice ha voluto affidare ai fedeli uruguaiani il messaggio della serata: la fede non si misura attraverso i numeri, ma nella capacità di incidere sulla vita delle persone. 

“Cari fratelli e sorelle, caro Uruguay: che si veda che siamo stati a Betlemme!”, ha esortato infine Leone XIV, concludendo la riflessione con un invito a rendere visibile, nella quotidianità, il significato dell’incontro con Cristo. 

La veglia ha così rappresentato un momento significativo della visita papale in un Paese dove la laicità è profondamente radicata nell’identità nazionale. Proprio a questa realtà Leone XIV ha rivolto un messaggio che riconosce le difficoltà di una Chiesa minoritaria, ma la invita a non considerare la propria presenza meno importante per il futuro della società.