NEW YORK – Karim Khan, il procuratore capo che negli ultimi anni ha portato la Corte penale internazionale al centro dello scontro con Israele e delle ritorsioni americane, è stato sospeso dalle sue funzioni, travolto dall’inchiesta sulle accuse di molestie mosse da una collaboratrice.
Un verdetto che il magistrato britannico ha respinto con forza, tornando a negare ogni addebito. Il procedimento è “iniquo, illegale e privo di prove”, hanno affermato i suoi legali, ribadendo che non ha mai abusato della propria posizione né tenuto comportamenti inappropriati.
Alla guida della Cpi dal 2021, il giurista laureato a Oxford ha impresso una forte accelerazione all’azione della procura, lavorando ai procedimenti su Ucraina, Libia, Sudan e Afghanistan.
Fino alla decisione che più di ogni altra ha segnato il suo mandato: la richiesta di mandati d’arresto nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa, Yoav Gallant, per presunti crimini di guerra e contro l’umanità a Gaza. Una scelta che ha attirato sull’Aia un’ondata di pressioni senza precedenti, culminata nelle sanzioni imposte dall’amministrazione Trump.
Il dossier più delicato per Khan porta però il suo stesso nome. Al termine di un’indagine durata un anno e mezzo su presunti “comportamenti coercitivi e rapporti sessuali non consensuali”, gli investigatori hanno concluso che il magistrato si sarebbe reso responsabile di una “grave condotta” tra il 2023 e il 2024.
Conclusioni che hanno portato il bureau dell’Assemblea degli Stati parte a deferire il procuratore, già autosospesosi in attesa dell’esito dell’inchiesta. Un passaggio senza precedenti per la Cpi. Ora il destino del magistrato è nelle mani dei 125 Stati membri della Corte, chiamati ad analizzare il caso tramite un board ad hoc. Nel prendere atto della decisione, la presidenza dell’Aia ha provato a spostare il baricentro dall’uomo all’istituzione.
La Corte, ha ricordato, resta “una delle più significative conquiste della civiltà umana” e deve continuare a garantire “l’integrità della giustizia internazionale, la tutela delle vittime e la fiducia nell’operato dei suoi giudici e procuratori”. Un richiamo volto a scongiurare che la caduta del suo volto più noto finisca per incrinare l’autorevolezza dell’istituzione.