Anthony Albanese e Jim Chalmers hanno cercato di costruire la loro reputazione politica attorno a un concetto semplice ma efficace: la competenza. In contrapposizione alle divisioni e alle turbolenze che hanno caratterizzato la politica australiana nell’ultimo decennio, il governo laburista si è presentato come una forza ordinata e rassicurante, capace di gestire l’economia con equilibrio e, soprattutto, in grado di affrontare, in un momento storico estremamente complicato, le grandi sfide del Paese sia al proprio interno sia su scala internazionale senza cedere alla demagogia. Lo scorso anno tutte queste sensazioni di equilibrio e competenza si sono materializzate in una netta riconferma alle urne, ma il bilancio “dell’ambizione e della responsabilità” di inizio maggio rischia di diventare il momento in cui questa narrativa si è improvvisamente incrinata. 

Non tanto per il contenuto delle misure annunciate, quanto per la gestione politica che ne è seguita. Se si dovesse assegnare un giudizio complessivo alla quinta fatica di Chalmers, il verdetto sarebbe, infatti, severo su tutti i fronti: da quello strettamente politico a quello della comunicazione, da quello della preparazione a quello strategico. 

Il governo è stato costretto a una significativa retromarcia nel giro di poche settimane. Le modifiche annunciate alle riforme fiscali dimostrano che Albanese e Chalmers, alla fine, hanno capito l’entità della reazione negativa proveniente da imprese, professionisti, enti benefici e settori produttivi. Ma il problema è che questa consapevolezza è arrivata tardi, dopo settimane trascorse a minimizzare le critiche e a liquidarle come propaganda dell’opposizione o difesa di interessi particolari. Marcia indietro dovuta quindi con l’aggiunta, ieri, di un intervento correttivo extra sugli sconti sui carburanti legati alla crisi nel Golfo. Dovevano finire il primo luglio, ma sono stati prorogati (anche se dimezzati, dal 32 al 16%) fino ad agosto. 

Per settimane il governo ha avanzato imperterrito contro un fronte di opposizione sempre più ampio, convinto che le critiche al suo budget fossero esagerate e che la sostanza delle riforme avrebbe prevalso sulle polemiche. Invece si è trovato costretto a riconoscere implicitamente che il progetto originario presentava problemi politici e tecnici significativi. 

Le modifiche introdotte sono certamente rilevanti. L’innalzamento della soglia per le agevolazioni sulla tassazione delle plusvalenze per le piccole imprese da 2 a 10 milioni di dollari di fatturato rappresenta una concessione importante. Allo stesso modo, l’esenzione dei trust testamentari dal nuovo regime fiscale del 30 per cento mira chiaramente a neutralizzare le accuse di aver introdotto una sorta di “tassa sulla successione”. Anche la riduzione dell’ampio ricorso alla discrezionalità ministeriale risponde a una delle critiche più insistenti rivolte al ministro del Tesoro. 

Tuttavia, queste concessioni non cancellano il problema di fondo. Quando un governo è costretto a correggere alcuni degli elementi più contestati della propria riforma prima ancora che il Parlamento inizi seriamente a discuterla, significa che qualcosa è andato storto nella fase di progettazione. Ancora più grave è il fatto che molti ministri siano apparsi impreparati nel difendere le misure. In diverse occasioni non sono stati in grado di spiegare con precisione gli effetti delle nuove norme, mentre gli stessi funzionari del Tesoro hanno faticato a fornire stime chiare sui costi e sugli impatti economici. 

Questo ha alimentato una percezione politicamente disastrosa: quella di un governo che aveva elaborato riforme complesse senza averne valutato pienamente le conseguenze politiche e operative. Molti australiani hanno percepito le riforme come un intervento dettato da una linea ideologica portata avanti senza prestare sufficiente attenzione alle preoccupazioni concrete di imprenditori, famiglie e investitori. 

La questione fiscale non rappresenta comunque l’unico fronte problematico per il governo. La gestione della riforma del National Disability Insurance Scheme (NDIS) sta generando difficoltà altrettanto serie. Da un punto di vista economico, la necessità di contenere la crescita dei costi del programma appare evidente. Con una spesa in continua espansione, il sistema rischia di diventare finanziariamente insostenibile nel medio periodo. Il governo sostiene che le nuove regole serviranno a combattere frodi e abusi, a chiarire i criteri di accesso e a rallentare l’aumento delle spese. 

Tuttavia, la politica raramente si limita ai numeri. Le audizioni parlamentari hanno portato all’attenzione pubblica storie personali di cittadini vulnerabili che temono di perdere sostegno e servizi essenziali. Queste testimonianze hanno un impatto emotivo enorme e rendono molto più difficile sostenere una linea rigorosa sul controllo della spesa. 

A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge il tema dell’immigrazione, forse il più delicato dal punto di vista elettorale. Dopo il picco post-pandemico, la migrazione netta si è ridotta, ma continua a rimanere ben al di sopra delle medie storiche e per l’amministrazione laburista il problema non è soltanto statistico: è profondamente politico. 

L’opposizione spinge per una riduzione significativa degli ingressi, ma ancora più preoccupante per il governo è la crescita di One Nation e di Pauline Hanson, che ha trasformato il tema migratorio in uno dei principali strumenti di mobilitazione politica. Una drastica riduzione dell’immigrazione è stata solo uno degli argomenti sfiorati nella serie di annunci fatti dalla leader politica attualmente più popolare d’Australia, nel suo primo intervento ufficiale al Circolo nazionale della stampa, durante il quale, tra le altre cose, ha proposto di selezionare i Paesi di provenienza dei nuovi arrivati e varie abolizioni: dal multiculturalismo a SBS; dai vertici delle Commissioni anti-discriminazione e diritti umani ai programmi contro i cambiamenti climatici e a quelli a favore della popolazione indigena; dai servizi per l’infanzia agli aiuti alle nazioni del Pacifico che ricevono supporto anche dalla Cina. 

Un intervento sull’onda di una crescente popolarità che il budget sta alimentando. I consensi di One Nation sono ulteriormente cresciuti e, quando si scende nei dettagli di questo interesse sempre più diffuso, si scoprono numeri che devono sicuramente impensierire ancora di più sia laburisti sia liberali: popolarità nel New South Wales e nel Victoria quasi ai livelli del Queensland; circa lo stesso numero di sostenitori dei Verdi nella fascia di elettori tradizionalmente ambientalista, tra i 18 e i 34 anni; seguito medio nelle aree metropolitane attorno al 23%, quindi non troppo distante dal 25% registrato nelle zone regionali e rurali; e, per ciò che riguarda il voto virtuale dei nati in Australia e dei nati all’estero, la differenza è davvero minima, rispettivamente 29 e 28%. 

La partita politica è diventata perciò molto diversa da quella che un po’ tutti erano abituati a giocare e il governo sta dando l’impressione di continuare a reagire agli eventi piuttosto che guidarli. 

La vera posta in gioco nelle prossime settimane sarà dunque quella della credibilità. Albanese e Chalmers devono evitare che una ritirata tattica si trasformi in una sconfitta strategica. Per farlo, dovranno riuscire a ottenere l’approvazione delle principali misure legislative in Senato e dimostrare che le modifiche annunciate non sono il segnale di un governo in difficoltà, ma l’espressione di una leadership capace di ascoltare. 
Non sarà semplice. Le trattative con i Verdi, con l’opposizione e con i senatori indipendenti promettono di essere complesse. Ogni ulteriore concessione rischia di alimentare l’impressione di debolezza. Ogni irrigidimento rischia invece di riaccendere le critiche. 
In questo contesto per Angus Taylor si presenta un’opportunità significativa: se riuscirà a presentarsi come un interlocutore costruttivo e credibile, potrà rafforzare l’immagine di una Coalizione in disperato bisogno di visibilità e sostanza. Se invece sceglierà esclusivamente l’ostruzionismo, potrebbe lasciare ai Verdi e a One Nation la possibilità di occupare spazi ancora più rilevanti su un palcoscenico politico profondamente cambiato. 

Nei prossimi quindici giorni parlamentari si deciderà molto più del destino di alcune riforme fiscali. Si deciderà se Albanese e Chalmers riusciranno a recuperare l’iniziativa politica o se il bilancio del 2026 diventerà il simbolo di un governo che ha smarrito il contatto con il Paese, continuando a spianare la strada a One Nation che, già a novembre, potrebbe significativamente influire sull’esito delle elezioni di uno Stato politicamente ed economicamente importante per l’intera nazione come il Victoria.