WASHINGTON - Mettere paura all’Iran ma senza rischiare uno scontro diretto con la Cina, che da sola acquista la quasi totalità del greggio di Teheran. È un difficile equilibrismo diplomatico quello messo in atto dal segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, una strategia che tiene conto della imminente visita negli Stati Uniti del presidente cinese Xi Jinping, prevista per il prossimo 24 settembre.
L’analisi dell’operato del Tesoro è al centro del dibattito sui media Usa, con la Cnn che dedica un approfondimento alla “diplomazia discreta” adottata dal presidente statunitense nei confronti di Pechino. Il dardo contro la Repubblica islamica è stato lanciato: Bessent ha definito le nuove misure “le più dure della storia”, specificando che “faranno crollare il regime” e configurando un vero e proprio “D-Day economico” per l’Iran, nel paragone con la storica invasione della Francia occupata dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, come rileva la Cnn, “per dare seguito a quelle dure parole non basta essere duri con l’Iran, ma bisogna esserlo anche con la Cina, che è il principale partner commerciale di Teheran. E Trump e la sua amministrazione si sono dimostrati piuttosto restii a farlo”.
Presentando la strategia economica, Bessent ha mantenuto una linea cauto-vaga: non ha nominato i Paesi specifici che verrebbero puniti né ha indicato tempistiche precise per l’interruzione dei rapporti con Teheran. L’annuncio non includeva sanzioni secondarie dirette contro le grandi banche cinesi che facilitano gli acquisti di petrolio iraniano, un passaggio che secondo gli analisti economici sarebbe invece cruciale per infliggere un colpo decisivo all’economia di Teheran.
Bessent ha eluso le specifiche azioni punitive su questo fronte, pur lasciando intendere che messaggi chiari siano stati inviati. Affermando che “nessuno è al di sopra della portata delle sanzioni statunitensi”, il ministro del Tesoro ha aggiunto: “Se agevolano le transazioni e fanno parte dell’ecosistema che trasforma il petrolio iraniano in denaro, in repressione, saranno presi di mira”. Tuttavia, ha subito precisato che “riteniamo che il modo migliore per interagire con i Paesi sia attraverso la diplomazia discreta”, così che “quando il martello delle azioni del Tesoro statunitense si abbatterà su di loro, non potranno incolpare nessuno se non se stessi”.
Rispondendo alle domande della Cnn sul perché le importanti sanzioni secondarie preannunciate non siano entrate in vigore immediatamente, Bessent ha spiegato: “Beh, stiamo dando a tutti l’opportunità di porre rimedio ai comportamenti scorretti”, chiosando con una domanda retorica: “Perché dovrei voler far saltare in aria il sistema finanziario globale?“.
Anche il New York Times evidenzia come Bessent abbia minacciato sanzioni secondarie evitando tuttavia di nominare chiaramente la Cina, sia sul Financial Times sia durante la conferenza stampa. Come analizzato dal giornalista David Sanger, il segretario al Tesoro ha fatto di tutto per “evitare di irritare la seconda economia mondiale e l’unica Nazione che potrebbe decidere se questa nuova strategia della Casa Bianca abbia possibilità di successo”.
Sanger indica inoltre come “uno degli elementi più curiosi” del discorso di Bessent il ritorno su una promessa fatta da Trump mesi fa, quella di creare le condizioni per un cambio di regime, pur con un approccio mutato. La decisione di febbraio di Trump di rinunciare temporaneamente alle sanzioni per passare direttamente alla forza militare “è stata, in qualche modo, un riconoscimento del fatto che le sanzioni economiche agiscono lentamente e che la storia indica che spesso non funzionano”. Tuttavia, “oggi, in assenza di alternative valide, è tornato a quel piano”.
La riuscita di questo piano economico si scontra però con il fattore Pechino: l’Iran esporta verso la Cina circa il 90% del proprio petrolio (con dati che indicano oltre l’80% per il 2025) e, come osserva il Nyt, un tentativo di isolamento economico dell’Iran richiede necessariamente la “partecipazione” cinese, della quale “finora non ci sono indicazioni” a un mese dall’arrivo di Xi Jinping a Washington.
L’amministrazione appare consapevole che una linea dura contro l’Iran implicherebbe attaccare la Cina, un rischio che la Casa Bianca potrebbe valutare di non correre, visti i complessi contenziosi già aperti su intelligenza artificiale, Taiwan e sul forte surplus produttivo cinese che minaccia l’economia globale. Del resto, non è la prima volta che Washington adotta un approccio cauto verso Pechino.
Sebbene in passato Trump abbia ostentato una linea intransigente, a ottobre ha accettato una tregua di un anno sulla guerra commerciale, giunta dopo che la Cina aveva aumentato la pressione limitando l’accesso ai minerali critici delle terre rare e interrompendo gli acquisti di soia statunitense. Lo scorso anno Trump ha inoltre ignorato la legge federale per contribuire a salvare l’applicazione TikTok (di proprietà cinese), nonostante la sua prima amministrazione l’avesse definita una grave minaccia alla sicurezza nazionale.
A maggio, durante la sua visita in Cina, Trump ha evitato di fare pressioni pubbliche su Xi riguardo a una potenziale invasione di Taiwan, facendo concessioni retoriche sulla questione e facendo marcia indietro sulla promessa di ottenere la liberazione di Jimmy Lai, l’ex magnate dei media di Hong Kong critico verso il Partito Comunista Cinese. A luglio, infine, durante un discorso in prima serata, Trump ha affermato che la Cina avrebbe effettivamente interferito nelle elezioni statunitensi del 2020 (ricostruzione smentita dai fatti), ma anziché minacciare ritorsioni ha minimizzato la necessità di punire Pechino.
Da parte sua, la Cina ha già fatto sapere che non intende subire passivamente le decisioni statunitensi. Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Lin Jian, ha dichiarato che la Nazione “adotterà tutte le misure necessarie per difendere con fermezza” i propri interessi. “Le pressioni massime esercitate nell’ambito di una guerra economica non risolvono affatto i problemi. Al contrario, alimentano ulteriormente le tensioni e i conflitti, provocano effetti di contagio, destabilizzano l’ordine economico e finanziario mondiale e ledono i diritti e i legittimi interessi degli altri Paesi”, ha sottolineato Lin Jian, ribadendo che “la Cina adotterà tutte le misure necessarie per difendere fermamente i propri diritti e interessi”.