TEL AVIV - “Non si arriverà ad un accordo sul nucleare tra Stati Uniti e Iran”. È la netta valutazione di Sima Shine, ricercatrice presso l’Istituto di Studi sulla Sicurezza Nazionale (Inss) ed ex capo della Divisione Ricerca e Valutazione del Mossad, che ha fatto il punto sull’evoluzione dei negoziati tra Washington e Teheran in un incontro con una delegazione di giornalisti italiani. 

L’analisi arriva in un momento di forte surriscaldamento sul campo: la scorsa notte Washington ha colpito con finalità “punitiva” obiettivi iraniani, replicando ai raid condotti da Teheran contro tre navi commerciali nello Stretto di Hormuz. Nonostante i recenti incontri di Islamabad abbiano permesso un nuovo confronto ad alto livello tra le delegazioni, per Shine una soluzione strategica resta lontana.  

Il recente Memorandum of Understanding (MoU), infatti, non è nato dal superamento delle divergenze, ma dalla necessità contingente di congelare le ostilità: “Entrambe le parti avevano quindi interesse a fermarsi, ed è per questo che si è arrivati al Memorandum of Understanding”, ha spiegato l’esperta ai media. 

Le difficoltà tecniche sul tavolo sono molteplici. “Prima di tutto, entrambe le parti hanno delle linee rosse sulla questione nucleare”, ha osservato Shine, sottolineando come “la vera domanda è se statunitensi e iraniani saranno disposti ad abbandonarle”. Washington si dice aperta a consentire la diluizione dell’uranio arricchito senza trasferirlo all’estero, ma a una condizione rigida: questo “sarebbe accettabile” per la Casa Bianca “solo se il livello finale fosse probabilmente quello dell’uranio naturale”. 

Si tratta di una richiesta considerata “difficile” da digerire per Teheran, soprattutto perché gli Stati Uniti “chiedono un lungo periodo durante il quale l’Iran non possa effettuare alcun arricchimento dell’uranio”. Di contro, gli iraniani punterebbero a “una sospensione di breve durata”. 

In questo scenario, l’ambizione di Donald Trump di strappare un’intesa più stringente rispetto al Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) del 2015 appare quasi irrealizzabile. “Trump ha bisogno di ottenere un accordo migliore rispetto a quello raggiunto da Obama. Ed è estremamente difficile”, ha argomentato l’analista, “non perché l’accordo di Obama fosse perfetto, ma perché oggi gli iraniani non sono più disposti a tornare alle condizioni di allora”.  

Teheran, forte del controllo strategico esercitato sullo Stretto di Hormuz, ritiene di trovarsi in una posizione negoziale di assoluto vantaggio, una leva “che rappresenta una minaccia molto seria per la strategia di Trump”.  

Sebbene la diplomazia preveda un nuovo “appuntamento tecnico tra funzionari” per la prossima settimana, l’escalation militare di queste ore rischia di far saltare l’incontro. 

L’ex esponente dell’intelligence israeliana ha poi analizzato la tenuta interna della Repubblica Islamica, invitando alla prudenza chi evoca un crollo della teocrazia indotto dall’esterno. “Non si cambia un regime bombardandolo dall’aria”, ha scandito con pragmatismo, ricordando che la macchina del potere iraniana continua a funzionare nonostante i forti attriti tra l’ala radicale dei Pasdaran e la fazione più moderata che fa capo al presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, e al ministro degli Esteri, Abbas Araghchi. 

Shine ha poi ridimensionato le aspettative quasi mitologiche riposte nell’efficacia dei servizi segreti occidentali ed israeliani: “Provengo dal Mossad e considero il Mossad un’organizzazione straordinaria. Può fare moltissime cose, e ne ha fatte molte. Ma non può cambiare il regime iraniano”. Già prima dello scoppio delle ostilità, la ricercatrice sosteneva che “l’eliminazione di Khamenei non avrebbe cambiato il regime”, in quanto “si tratta di un sistema, non di una persona”. 

Una svolta potrà dunque realizzarsi solo per vie endogene. Tuttavia, la popolazione iraniana è frenata dalla paura. Dopo le proteste di gennaio, i messaggi di sostegno via social inviati da Trump avevano alimentato la speranza di un intervento diretto degli Stati Uniti, poi sfumato. Oggi, conclude Shine, molti cittadini si sentono “traditi” dal presidente Usa, mentre il timore di una nuova, feroce ondata repressiva da parte del regime di Teheran continua a disinnescare sul nascere qualsiasi tentativo di mobilitazione di massa.