NEW YORK - Sul podio dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha mostrato le fotografie dei bambini rimasti uccisi nei raid di Stati Uniti e Israele. “Provengo da un Iran dove, di fatto, è stata bombardata una scuola. Vedete questi bambini? Questi bambini sono morti sotto le bombe, uccisi da armi impiegate dagli Stati Uniti e da Israele. Erano innocenti, non avevano commesso alcun crimine”, ha scandito dal Palazzo di Vetro, a quasi sette mesi dall’avvio delle operazioni militari lanciate il 28 febbraio da Washington e Tel Aviv contro l’Iran. 

Il discorso del leader di Teheran si è aperto con un attacco diretto alla retorica della Casa Bianca: “Avevo preparato un discorso da esporvi; ieri il presidente degli Stati Uniti ci ha definiti terroristi. Noi siamo stati vittime del terrorismo. Provengo da un Iran in cui il nostro stimato Leader Supremo è stato assassinato senza alcuna base legale né motivo”. Pezeshkian ha rievocato l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e il raid contro la scuola Shajareh Tayyiba a Minab, nel sud del Paese, un attacco che (secondo i dati iraniani) ha provocato la morte di almeno 156 persone, tra cui 120 alunni. 

In risposta alle accuse dirette contro Washington, la delegazione statunitense ha abbandonato la sala non appena il presidente iraniano ha preso la parola. Il giorno precedente, durante l’intervento di Donald Trump, la delegazione di Teheran si era comportata in modo speculare, lasciando i banchi ad eccezione di un singolo diplomatico rimasto ad ascoltare il presidente Usa. 

Rivolgendosi ai pianificatori delle azioni militari contro il Paese, Pezeshkian ha rivendicato l’autonomia strategica della Repubblica Islamica: “Per difendere il nostro Paese non chiediamo il permesso o l’autorizzazione di nessuno. L’Iran deve essere forte per evitare di essere minacciato, per evitare che il suo futuro venga minato. Non vogliamo usare la nostra forza per l’egemonia e non cerchiamo la nostra sicurezza nell’insicurezza di altri”. 

Richiamando la storia nazionale, il presidente ha ribadito la natura difensiva della postura militare iraniana: “Il nostro popolo ha sperimentato in prima persona le conseguenze della loro aggressione letale, ha messo alla prova la forza e la fermezza dell’Iran e ha imparato che l’Iran non può essere costretto alla resa. L’Iran non è mai stato un aggressore, non ha mai scatenato una guerra e ha sempre dimostrato il proprio impegno al tavolo dei negoziati. Ci hanno imposto la guerra, ma abbiamo dimostrato di non temere il combattimento né il conflitto purché di natura difensiva e difenderemo il nostro amato Iran, la nostra patria, fino all’ultimo respiro”. 

Ampio spazio è stato dedicato alla stabilità regionale e alle risorse strategiche, in particolare allo Stretto di Hormuz. “Nessun rapporto con una potenza straniera può trasformarsi in uno strumento per minacciare i paesi vicini della regione” ha affermato Pezeshkian, sottolineando che l’Iran non considera i Paesi confinanti come rivali sulla sicurezza e desidera vicini forti. Tuttavia, sul controllo della via d’acqua il monito è stato netto: “Non possiamo permettere che alcuni godano di libero accesso e traggano vantaggio da questa via navigabile, usandola al contempo per aggredirci, destabilizzarci e impedirci di accedere alle nostre stesse acque. Eppure, continuano a fornire missili e tecnologie militari letali per seminare insicurezza in tutte le terre che circondano quel corso d’acqua. Non cederemo”. 

L’intransigenza sulle vie navigabili e sui Paesi vicini è stata confermata dalle dichiarazioni del segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, generale Mohsen Rezaei. Nel primo giorno di entrata in vigore delle nuove sanzioni statunitensi, Rezaei ha minacciato ritorsioni dirette alla TV di Stato: “Se i Paesi vicini collaboreranno con gli Stati Uniti per bloccare le compagnie aeree iraniane, i loro aeroporti non potranno più operare”, aggiungendo che “lo Stretto di Hormuz non verrà mai riaperto se gli Stati Uniti non accetteranno le nostre condizioni, che sono diverse da quelle avanzate in precedenza”. 

Sul dossier atomico, Pezeshkian ha difeso l’uso civile delle tecnologie e attaccato la comunità internazionale sui controlli, mettendo a confronto il trattamento riservato a Teheran con quello accordato a Israele: “Il tema di questa assemblea è la fiducia reciproca, che non si può ottenere solo a parole, ma evitando di applicare due pesi e due misure. Le bombe atomiche e nucleari sono nelle mani del regime israeliano, eppure si chiede agli ispettori di recarsi in Iran”. 

Il leader iraniano ha proseguito ricordando che “Israele ha massacrato brutalmente oltre 70 mila innocenti a Gaza; l’Iran, invece, è stato bombardato proprio mentre sedeva al tavolo dei negoziati. Israele possiede le bombe, possiede armi di distruzione di massa. Non ha aderito al Trattato di non proliferazione nucleare. Nel corso della sua vergognosa storia, non ha mai consentito una sola ispezione. Eppure, viene ricompensato fornendogli tutti i mezzi necessari per bombardare a piacimento qualsiasi capitale della regione”. 

Ribadendo che “la tecnologia nucleare pacifica è parte del nostro progresso” nei settori di energia, sanità e agricoltura, Pezeshkian ha sintetizzato la posizione ufficiale: “Non chiniamo la testa e non rinunciamo a un diritto che è chiaramente un nostro diritto. Diciamo chiaramente: niente armi nucleari, niente limiti a tecnologia nucleare pacifica”, assicurando che la resistenza nazionale uscirà rafforzata da sanzioni e pressioni. 

A stretto giro è arrivata la replica di Washington. In una conferenza stampa tenuta al Palazzo di Vetro, il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha chiarito i paletti dell’amministrazione: “Come ha detto lui, il presidente Trump è aperto a un accordo, è aperto ancora in questo momento a fare un accordo con l’Iran che permetta di essere quello che dovrebbe essere un Paese prospero”, individuando come condizione imprescindibile il fatto che “l’Iran non può avere un’arma nucleare”. 

Rubio si è espresso anche sulle tensioni marittime: “Comprendiamo che Hormuz è un problema”, spiegando che grazie “agli sforzi dei militari Usa che stanno difendendo le navi e rimuovendo le mine” aumenta quotidianamente il flusso di imbarcazioni e barili di petrolio che transitano nella porzione di stretto di cui si garantisce la sicurezza. 

Nonostante lo scontro verbale dall’altoparlante dell’ONU, i canali diplomatici restano attivi. Colloqui della durata di circa due ore si sono svolti a New York tra le parti con la mediazione del Qatar. Donald Trump ha definito “molto produttivo” l’incontro che ha visto impegnati i suoi inviati Steve Witkoff e Jared Kushner con la delegazione iraniana, guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. 

In merito a questi contatti, il segretario di Stato Rubio ha confermato la presenza dei mediatori, precisando: “Se ci sarà un accordo con l’Iran non sarà con una conferenza stampa, coinvolge un sacco di duro lavoro, tempo e utilizzo mediatori”, ribadendo che il no all’arma atomica viene rimarcato “in ogni interazione che abbiamo con loro”. 

Le condizioni poste da Teheran per il prosieguo delle trattative sono state dettagliate su X dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei. Nel confermare lo scambio di messaggi avvenuto tramite il Qatar per rilanciare la diplomazia “senza lasciare dubbi o ambiguità”, Baghaei ha elencato tra le richieste irrinunciabili la “fine degli atti di aggressione degli Stati Uniti”, l’arresto della “guerra su tutti i fronti” e lo “sblocco dei beni iraniani”. 

Sullo sfondo resta l’ipotesi di un contatto diretto ai massimi livelli. Secondo il parlamentare iraniano Ahmad Bakhshayesh Ardestani, intervenuto al sito Didban, un faccia a faccia tra Pezeshkian e Trump a margine dei lavori delle Nazioni Unite rimane del tutto possibile: “Penso che l’incontro tra i due presidenti ci sarà“.