TEHERAN - Mentre la diplomazia internazionale si muove sul filo del rasoio per evitare il collasso dei negoziati, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ostenta sicurezza sul futuro delle trattative con Teheran. Con un messaggio affidato a Truth Social, l’inquilino della Casa Bianca ha ribadito che l’Iran desidera ardentemente raggiungere un’intesa e che l’esito finale sarà un buon accordo per gli Stati Uniti e per i loro alleati.  

Il tycoon ha colto l’occasione per rispondere duramente ai membri del Congresso, sia Democratici sia Repubblicani, accusandoli di intralciare il delicato lavoro negoziale con continue pressioni per accelerare, rallentare o persino invocare un intervento militare. “State tranquilli e rilassatevi, alla fine andrà tutto bene, finisce sempre bene”, ha chiosato il presidente Usa nel tentativo di rassicurare l’opinione pubblica. 

La realtà sul campo descrive tuttavia uno scenario molto più turbolento, segnato da pesanti accuse incrociate e da un’improvvisa escalation militare. Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha attaccato apertamente Washington, sostenendo che il blocco navale statunitense e l’intensificazione delle operazioni israeliane in Libano rappresentino una palese violazione degli impegni presi nell’ambito del cessate il fuoco.  

Secondo Teheran, l’intesa con gli Stati Uniti implica senza alcuna ambiguità uno stop completo delle ostilità su tutti i fronti, compreso quello libanese. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e il portavoce del ministero, Esmaeil Baghaei, hanno rincarato la dose avvertendo che la Repubblica Islamica non esiterà a difendere la propria sicurezza nazionale. Inoltre, hanno assicurato che l’inclusione di garanzie d’acciaio per una tregua in Libano (dove l’invasione israeliana prosegue nonostante gli accordi di metà aprile) resta una condizione imprescindibile per la firma di qualsiasi trattato volto a porre fine alla guerra. Al momento, ha precisato il ministero iraniano, le trattative specifiche sui dettagli del dossier nucleare sono state congelate per dare priorità assoluta al cessate il fuoco. 

La tensione diplomatica è alimentata anche dalle indiscrezioni d’intelligence diffuse da Axios, secondo cui i Guardiani della Rivoluzione iraniani avrebbero esortato i vertici di Hezbollah a inasprire gli scontri in Libano per ottenere una posizione di maggior forza al tavolo delle trattative con gli Stati Uniti. Una fonte ufficiale libanese ha confermato lo stallo, sottolineando che né Hezbollah né il governo israeliano sembrano intenzionati a rispettare la tregua, accusando al contempo Washington di non aver esercitato una pressione decisiva per frenare l’iniziativa militare di Benjamin Netanyahu. 

Nel frattempo, la parola è passata alle armi nel sud dell’Iran. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha annunciato di aver condotto una serie di attacchi aerei difensivi contro postazioni radar iraniane e centri di comando per droni nella città di Garook e sull’isola di Qeshm. L’operazione statunitense, che ha portato anche alla distruzione di sistemi difensivi e droni suicidi, è scattata in risposta all’intercettazione di un velivolo non pilotato statunitense nello spazio aereo internazionale. 

Immediata la replica dei Pasdaran, che hanno rivendicato un bombardamento di ritorsione contro la base aerea da cui erano decollati i jet statunitensi, minacciando reazioni di ben altra portata in caso di nuovi raid. In questo clima di caos regionale, anche il Kuwait è finito nel mirino, denunciando e condannando un attacco missilistico e con droni condotto da Teheran sul proprio territorio, un’azione considerata un grave siluro agli sforzi di pacificazione a cui l’emirato si riserva il diritto di rispondere per vie legali e militari. 

Parallelamente allo scontro bellico, l’Iran sta cercando di far valere i propri diritti legali sulle rotte commerciali dello Stretto di Hormuz. Arman Khorsand, capo del Centro iraniano per gli affari internazionali e le convenzioni ambientali, ha difeso la legittimità della nuova tassa ambientale che Teheran intende imporre alle navi in transito. Secondo Khorsand, i danni agli ecosistemi marini causati dal petrolio e dalla massiccia presenza di flotte militari straniere nel Golfo giustificano pienamente la riscossione di tariffe di compensazione. Sfruttando i principi del diritto internazionale e il concetto di “passaggio inoffensivo”, i funzionari della Repubblica Islamica hanno respinto le accuse di illegalità sollevate dalle cancellerie occidentali, definendole prive di fondamento giuridico. 

Sul fronte europeo, la diplomazia si muove a sostegno dei canali aperti dalla Casa Bianca. Il presidente francese Emmanuel Macron ha avuto un lungo colloquio telefonico con Donald Trump, elogiando la determinazione del presidente Usa nel voler chiudere rapidamente la partita con l’Iran. Macron ha definito l’imminente intesa un’opportunità unica per ridisegnare l’architettura di sicurezza e stabilizzare in modo duraturo l’intero Medio Oriente.  

Il capo dell’Eliseo, che ha preventivamente consultato i leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman ed Egitto, ha confermato a Trump la disponibilità di Parigi a fare la propria parte. Nello specifico, una missione internazionale congiunta franco-britannica è già pronta a dispiegarsi non appena verrà siglato l’accordo per pattugliare e garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz.  

Infine, Macron ha espresso apprezzamento per l’impegno di Trump a tutela della sovranità e dell’integrità territoriale del Libano, ribadendo l’assoluta necessità di un cessate il fuoco robusto che permetta il rafforzamento delle istituzioni di Beirut.