TEL AVIV - Israele torna alle urne a tre anni di distanza dal 7 ottobre, la data segnata dal più grave attacco nella storia dello Stato ebraico. Al grido di “destra o Palestina”, la consultazione rappresenta lo snodo decisivo per la leadership di Benjamin Netanyahu, il premier più longevo nella storia del Paese.
Il primo ministro si trova a dover affrontare pesanti accuse da parte dell’opposizione: non solo la responsabilità morale dell’accaduto come capo dell’esecutivo, ma anche addebiti diretti per aver ignorato i presunti avvertimenti giunti dagli alleati regionali. Per il leader del Likud la posta in gioco va ben oltre la tenuta del governo, complice la pressione del processo in corso a suo carico per corruzione, frode e abuso di fiducia.
Dopo la parentesi del “governo del cambiamento” guidato dall’alleanza Bennett-Lapid, il leader del Likud si è insediato nuovamente a fine 2022 alla testa dell’esecutivo più estremista e reazionario della storia israeliana. L’intesa con le forze di estrema destra guidate da Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich ha innescato un inasprimento senza precedenti della polarizzazione sociale.
Parallelamente, lo scontro con la magistratura si è acuito a causa della contestata riforma della giustizia promossa dai primi mesi di mandato dal ministro “falco” del Likud, Yariv Levin. Il progetto ha suscitato la reazione di un’ampia fascia della società civile, sfociata in imponenti manifestazioni di protesta che all’inizio del 2023 hanno riempito la piazza ogni sabato. Centro nevralgico della mobilitazione si è confermata Kaplan Street a Tel Aviv, che ha dato il nome ai “kaplanisti”, contrapposti ai “bibisti”, gli storici ed elettori fedeli di Netanyahu. Proprio nei giorni scorsi, Kaplan Street è stata teatro di un’oceanica protesta giunta a raccogliere circa 100mila persone secondo le stime degli organizzatori.
Su questo quadro interno si è abbattuta la tragedia del 7 ottobre 2023, con un bilancio di oltre 1.200 vittime e più di 250 ostaggi trasferiti a Gaza. L’evento ha segnato l’inizio di un lungo conflitto multipolare per Israele. La campagna contro Hamas a Gaza ha condotto alla quasi totale distruzione della Striscia, con devastazioni immani e oltre 70mila morti.
Alle operazioni a Gaza ha fatto seguito il conflitto nel sud del Libano contro Hezbollah, l’avvio nel giugno 2025 di una prima campagna militare contro l’Iran e una successiva offensiva di vaste dimensioni lanciata nel marzo di quest’anno in sinergia con gli Stati Uniti.
Lo scenario si è poi arricchito degli attacchi condotti con missili e droni da parte dei ribelli yemeniti Houthi, delle tensioni lungo il confine siriano legate alle violenze sulla popolazione drusa e all’espansionismo turco, fino all’impennata di aggressioni dei coloni ai danni della popolazione palestinese in Cisgiordania.
Le ripercussioni sulla cittadinanza sono state severe, spaziando dalle difficoltà economiche all’aumento delle chiamate in servizio per i riservisti. L’esenzione garantita agli ultraortodossi ha ulteriormente approfondito le fratture sociali, mentre l’immagine internazionale del Paese ha subito un duro colpo.
Su tutto si è innestato il dramma delle famiglie degli ostaggi: i civili ancora in vita sono stati rilasciati nell’ottobre 2025 dopo più di 700 giorni di prigionia, mentre la salma del venticinquenne Ran Gvili è stata restituita solo lo scorso gennaio, alimentando le contestazioni contro il governo per la gestione dei negoziati.
In vista dell’appuntamento elettorale, le forze di opposizione si sono aggregate nell’auto-definito “blocco sionista”, una compagine composita che unisce il centrodestra di Naftali Bennett e Yair Lapid, la formazione nazionalista di Avigdor Liberman e la sinistra de I Democratici guidata da Yair Golan.
A capeggiare il fronte è la novità principale della tornata: Gadi Eisenkot, ex capo di Stato Maggiore che, terminata l’esperienza con Blu e Bianco di Benny Gantz, ha fondato il partito Yashar. I sondaggi indicano Eisenkot stabilmente in testa davanti al Likud, sebbene il margine rilevato non garantisca al blocco anti-Netanyahu la certezza di una maggioranza parlamentare. Punto cardine del programma dell’opposizione è l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale sui fallimenti del 7 ottobre, misura a cui Netanyahu si è finora opposto.
Il massacro del 7 ottobre incide profondamente sulla figura del premier. Netanyahu è figlio di uno storico attivo nella destra sionista e fratello di un comandante delle forze speciali, caduto a Entebbe nel 1976 durante una missione di liberazione degli ostaggi. Questo tragico evento lo spinse a lasciare gli studi negli Stati Uniti per rientrare in patria e dedicarsi alla politica, costruendo storicamente la propria immagine sul profilo di “difensore in capo” del popolo ebraico.
Oggi il premier deve difendersi sia dalle inchieste che coinvolgono i suoi più stretti collaboratori, come il Qatargate e il Bibileaks, sia dall’accusa di aver fallito sul piano della sicurezza. Gli viene contestata una prolungata strategia di appeasement verso Hamas volta a indebolire l’Autorità Nazionale Palestinese tramite la logica del divide et impera, approccio che avrebbe favorito il gruppo armato nella preparazione dell’attacco. Ad appesantire la posizione del primo ministro si sono aggiunte le recenti rivelazioni giornalistiche relative a un presunto avvertimento diretto inviatogli dal presidente emiratino Mohamed bin Zayed Al Nahyan prima dell’aggressione.
Nell’imminenza del voto, Netanyahu ha agitato il tema della sicurezza interna contro l’eventuale presenza dei partiti arabi in una coalizione a guida Eisenkot, puntando con forza sulla minaccia irachena e iraniana ed evocando il rischio di un “secondo Olocausto”. In questo contesto, il premier è arrivato a pubblicare su X un’immagine generata tramite intelligenza artificiale che figura un’esplosione nucleare sopra la città di Tel Aviv.
Nel finale di campagna elettorale è giunto l’endorsement di Donald Trump. Nonostante relazioni altalenanti negli ultimi mesi, il presidente statunitense ha espresso il proprio sostegno definendo Netanyahu un “primo ministro guerriero”, “forte, coraggioso e brillante”, capace di resistere alle avversità e alle pressioni esterne.