TEL AVIV - Con un panorama politico affollato e profondamente frammentato, Israele si appresta al voto per le elezioni parlamentari del 27 ottobre. Sono ben 37 le formazioni ai nastri di partenza: un mosaico che spazia dall’estrema destra ai partiti arabo-israeliani, passando per i blocchi ultraortodossi, le nuove liste dei riservisti e i movimenti centristi.
Al centro della contesa c’è la sfida per la guida del Paese tra il primo ministro uscente e leader del Likud, Benjamin Netanyahu, e l’ex capo di Stato Maggiore dell’Idf (Forze di difesa israeliane), Gadi Eisenkot, alla testa della novità politica Yashar. Secondo i sondaggi, tuttavia, nessuno dei due schieramenti principali sembra in grado di conquistare in autonomia la maggioranza assoluta di 61 seggi alla Knesset, rendendo inevitabile la ricerca di complesse alleanze di coalizione.
I partiti dell’attuale coalizione di maggioranza si presentano con una combinazione di forze nazionaliste, religiose e ultraortodosse. Il Likud, guidato dal 1993 da Benjamin Netanyahu (77 anni), il primo ministro più longevo nella storia del Paese, unisce valori conservatori e ricette liberiste. Nonostante le pesanti critiche sulle falle di sicurezza del 7 ottobre 2023, le contestazioni sulla gestione dei successivi conflitti e le vicende giudiziarie per frode e corruzione (a cui si aggiunge il mandato di arresto emesso nel 2024 dalla Corte Penale Internazionale, insignita del Premio Sakharov alla vigilia del voto), Netanyahu rivendica i propri successi economici e il saldo legame con il presidente statunitense Donald Trump. Alle ultime elezioni del 2022 il partito ottenne 32 seggi.
Otzma Yehudit è invece il partito di estrema destra capeggiato dal controverso ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir (50 anni). Noto per le sue posizioni incendiarie, l’avvocato ed ex seguace del rabbino radicale Meir Kahane ha difeso in passato vari estremisti ebrei. Ben-Gvir è inoltre indagato dalla Procura di Roma per i presunti abusi subiti dagli attivisti italiani della Sumud Flotilla, fermati in acque internazionali nel maggio 2026. Entrato alla Knesset dopo diverse intese (tra cui quella del 2022 con Sionismo Religioso e la formazione anti-Lgbt Noam di Avi Maoz, che ha portato 6 seggi alla sua forza politica), il ministro promuove oggi la ricostruzione degli insediamenti a Gaza e l’emigrazione “volontaria” di circa due milioni di palestinesi dalla Striscia.
Sionismo Religioso è l’altra formazione di estrema destra della coalizione, guidata dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, fervente sostenitore del “Grande Israele” e dell’espansione degli insediamenti. Di fronte a sondaggi avversi e al rifiuto di Ben-Gvir di correre assieme, il partito si è alleato per questa tornata con Zehut di Moshe Feiglin. Tra i suoi esponenti chiave spicca Simcha Rotman, co-promotore con il ministro Yariv Levin della contestata riforma della giustizia.
Sul fronte ultraortodosso d’ispirazione sefardita (mizrahi) si colloca lo Shas, fondato nel 1984. Il suo leader politico è Aryeh Deri, figura storica ed essenziale per la tenuta dei governi di Netanyahu. La sua carriera è stata segnata da diverse vicende giudiziarie, inclusa la pronuncia della Corte Suprema del gennaio 2023 che gli ha impedito di guidare il ministero della Salute.
Completa il quadro United Torah Judaism (UTJ), un’alleanza ultraortodossa ashkenazita composta da Agudat Israel e Degel HaTorah, guidate rispettivamente da Yitzhak Goldknopf e Yaakov Asher. Le linee politiche della formazione restano strettamente subordinate alle decisioni e alle direttive dei rispettivi consigli rabbinici.
Il fronte opposto a Netanyahu vede il suo polo d’attrazione principale guidato dall’ex vertice delle forze armate. Yashar rappresenta la novità di maggior rilievo ed è la forza favorita dalle ultime rilevazioni. Fondato dall’ex capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot (66 anni), entrato in politica nel 2022 e già ministro senza portafoglio ed esecutore della “Dottrina Dahiyeh” nell’esercito, il partito propone una linea moderata ma rigorosa sulla sicurezza. Eisenkot, che nella guerra a Gaza ha perso il figlio venticinquenne Gal e due nipoti, è passato all’opposizione dopo le dimissioni dal gabinetto di guerra di Netanyahu nell’estate 2024. Tra le sue promesse figurano l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale sui fallimenti del 7 ottobre e l’estensione della leva obbligatoria agli ultraortodossi. In caso di vittoria, Eisenkot potrebbe diventare il primo premier israeliano di origine mizrahi.
Nato nel 2024 dalla fusione tra lo storico Labour e la sinistra radicale di Meretz, il partito I Democratici è guidato da Yair Golan. L’ex vicecapo di Stato Maggiore si è distinto il 7 ottobre nei soccorsi ai civili nel sud del Paese. Golan è l’unico leader dell’opposizione aperto a un’alleanza con i partiti arabi. Tra gli esponenti di punta figurano Gilad Kariv, primo rabbino riformista eletto alla Knesset, e Naama Lazimi.
Insieme (Beyachad) è invece un’alleanza nata nell’aprile 2026 dall’unione tra l’ex premier di destra Naftali Bennett (54 anni) e il centrista Yair Lapid, ex leader di Yesh Atid. I due avevano già promosso il “governo del cambiamento” nel 2021-2022. Bennett detiene la leadership della lista congiunta, che punta a intercettare l’elettorato conservatore critico nei confronti di Netanyahu.
Chiude lo schieramento Yisrael Beyteinu, formazione nazionalista e laica d’ispirazione russofona. Il partito è guidato fin dalla sua fondazione, avvenuta nel 1999, dall’ex ministro Avigdor Liberman.
I partiti che rappresentano la minoranza arabo-israeliana si presentano divisi e con strategie opposte. Ra’am (Lista Araba Unita) è un partito conservatore guidato da Mansour Abbas (52 anni), pioniere dell’ingresso di una forza araba in un esecutivo israeliano nel 2021. La formazione è concentrata sul contrasto alla criminalità interna e sullo sviluppo socioeconomico anziché sulla questione palestinese. Per queste elezioni Abbas ha candidato in seconda posizione l’ebreo centrista Yoav Segalovitz, ex generale di polizia ed ex viceministro della Sicurezza.
La Lista Unita è invece una coalizione formata da Ta’al, Balad e dalla lista ebraico-araba Hadash. La forza politica si oppone nettamente alla guerra a Gaza, all’occupazione e alla legge sullo Stato-Nazione, restando così esclusa dalle dinamiche di governo. La lista ha superato il vaglio della Corte Suprema dopo l’iniziale esclusione da parte della Commissione elettorale. Il leader di Balad, Sami Abou Shehadeh, ha invece ritirato la propria candidatura su indicazione dei giudici a causa di un suo articolo giudicato contiguo alla lotta armata.
Il tabellone elettorale include inoltre diverse liste nate negli ultimi mesi che rischiano di incidere sul raggiungimento delle soglie di sbarramento. Amcha Yisrael (“Popolo d’Israele”) è un partito della destra radicale fondato nell’agosto 2026 dall’ex generale Ofer Winter. Favorevole all’emigrazione volontaria da Gaza, contrario allo Stato palestinese e sostenitore della riforma giudiziaria, la formazione contende voti preziosi alla coalizione di governo.
I Riservisti - Partito Economico è un’alleanza di centro-destra nata dall’unione tra il movimento I Riservisti di Yoaz Hendel e il Nuovo Partito Economico di Yaron Zelekha. Il gruppo propone un “terzo blocco” per un esecutivo di unità nazionale tra Netanyahu ed Eisenkot, escludendo sia gli ultraortodossi sia i partiti arabi.
Infine, Haredi Public è una piccola formazione ultraortodossa guidata dal vicesindaco di Beit Shemesh, Moti Leitner. Il partito rappresenta una novità storica nel mondo haredi per le sue posizioni moderate sulla leva militare e per la presenza in lista di una donna, Nechumi Yaffe.