TORRICELLA PELIGNA – Si è concluso lo scorso 23 agosto il John Fante Festival – Il dio di mio padre, una quattro-giorni che ha trasformato il piccolo borgo abruzzese in una vera e propria capitale della cultura letteraria. Giunto quest’anno alla sua ventunesima edizione, il festival, diretto da Giovanna Di Lello e organizzato dal Comune di Torricella Peligna, nasce per ricordare e omaggiare lo scrittore italo-americano John Fante, il cui padre Nicola era un muratore originario proprio del piccolo paese abruzzese.
Partendo dall’opera di Fante e dai temi che attraversano la sua scrittura, il festival affronta il presente: lo fa attraverso gli ospiti che intervengono sul suo palco, attraverso il confronto degli autori con il pubblico e con una ricca proposta di appuntamenti che accompagna l’intera rassegna. Il tema scelto per quest’anno è stato quello della vulnerabilità, un tema profondamente radicato nell’opera dello scrittore e particolarmente significativo in un’epoca segnata da incertezze e nuove sfide. Ne abbiamo parlato con Giovanna Di Lello, direttrice del John Fante Festival.
“Ho scelto questo tema perché ci consente di parlare della società di oggi – ammette Di Lello. – Nei suoi romanzi, Fante presenta personaggi apparentemente forti e adotta un punto di vista maschile, ma allo stesso tempo ne mette in luce le fragilità. Per esempio, Arturo Bandini piange spesso: un gesto che rivela la sua natura fragile, ma anche sensibile. L’autore ci mostra così la complessità dell’animo umano, che non è fatto di un unico sentimento, ma è composto da emozioni diverse e contraddittorie”.
La vulnerabilità, dunque, come chiave per leggere non soltanto i personaggi di Fante, ma anche la condizione contemporanea e le esperienze individuali e collettive. Un filo conduttore che ha attraversato gli incontri dell’edizione 2026, insieme a una riflessione sulla necessità di guardare il presente attraverso una nuova percezione del mondo e della complessità dell’esperienza umana.
Quello della vulnerabilità è un tema che riguarda molto da vicino anche le esperienze migratorie: lo stesso John Fante era figlio di un emigrante italiano, Nicola, e la sua scrittura si è concentrata spesso sulla vita degli immigrati italo-americani. La sua voce, tuttavia, è più che universale. Ne ha raccontato le difficoltà riscontrate nel processo di inserimento nel Paese ospitante, in questo caso gli Stati Uniti; la disillusione e quel sentimento di delusione proprio di chi ha riposto speranze e aspettative nel “sogno americano”, senza però riuscire a concretizzarlo; e la doppia appartenenza, ciò che ha “alimentato in lui l’urgenza della scrittura” ma che da molti figli di emigrati “veniva spesso vissuta come un peso. Per questo, il suo percorso comprende sia un iniziale rifiuto sia, in seguito, l’accettazione delle proprie origini. Attraverso la scrittura, Fante compie proprio questo processo di accettazione della sua doppia identità, che oggi chiameremo identità plurima”, commenta la direttrice.
Proprio partendo da questa esperienza, l’opera di Fante arriva ad affrontare temi come il senso di appartenenza, lo sradicamento, la memoria e la ricerca di sé, temi che hanno accompagnato e tuttora accompagnano le generazioni migranti, sempre più impegnate a “esplorare le proprie radici e a interrogarsi sulla complessità dell’identità. È ciò che accade, per esempio, nell’opera di John Fante, e che ritroviamo anche nella narrativa contemporanea”.
Tra le presenze di quest’anno c’era Nadeesha Uyangoda, autrice di Acqua sporca, opera vincitrice del Premio Arturo Bandini. Voci oltre i confini. Il suo romanzo, caratterizzato da una lingua consapevole, sinuosa e profondamente evocativa, è capace di restituire tutta la complessità dell’esperienza identitaria e si inserisce in quel percorso di riflessione sulle radici, sulle migrazioni e sulle molteplici forme dell’appartenenza che rappresentano uno degli elementi centrali della proposta culturale del Festival.
Nel programma di quest’anno si è data molta attenzione anche all’esperienza femminile dell’emigrazione, al centro della seconda edizione del Premio Italia Radici nel Mondo-Toto Holding, dedicata proprio al tema “Donne in emigrazione”. Un mondo ancora poco raccontato e fatto di problematiche e difficoltà diverse. “Queste narrazioni raccontano anche le discriminazioni e il maschilismo che molte donne hanno dovuto subire nel corso della loro emigrazione. Per loro il percorso è stato spesso molto difficile, ma la loro voce ci aiuta a comprendere meglio queste ingiustizie e a promuovere una società più rispettosa”, ha raccontato Di Lello.
Una riflessione che ha trovato spazio accanto a un programma particolarmente ricco, che ha riunito a Torricella Peligna scrittori, giornalisti, poeti e studiosi. Tra gli ospiti dell’edizione anche Jim Fante e Damian Fante, figlio e nipote dello scrittore, Alcide Pierantozzi, Elena Varvello, Pegah Moshir Pour, Serena Bortone, il poeta canadese George Elliott Clarke, Francesco Repice, Leonardo Mendolicchio, Emanuela Pala, Lucia Goracci e Giovanna Riccio.
Tra i progetti futuri del John Fante Festival c’è la creazione di un Centro Studi dedicato all’approfondimento della sua opera e alla valorizzazione della ricerca accademica sullo scrittore. Il tutto, senza però perdere di vista il suo obiettivo principale: la divulgazione culturale, la promozione della letteratura e la diffusione della conoscenza dell’opera di Fante, “dimostrando al contempo che è possibile fare cultura che possa attrarre un pubblico nazionale e internazionale anche nei piccoli centri dell’entroterra”.