WASHINGTON - La decisione di Donald Trump di ridurre la presenza militare americana in Europa apre una nuova fase di tensione nei rapporti con gli alleati Nato. Il Pentagono ha annunciato che nei prossimi 6-12 mesi circa 5mila soldati lasceranno il continente, in una mossa che colpisce in particolare la Germania, principale hub delle forze statunitensi con circa 50mila militari.
La scelta viene letta come una risposta alle posizioni di alcuni partner europei durante la crisi con l’Iran. Il presidente americano non ha nascosto il proprio malcontento, criticando apertamente Germania, Spagna e Italia, dove per giovedì è atteso il segretario di Stato Marco Rubio per un incontro al Vaticano e con i vertici del governo italiano.
Berlino è finita nel mirino dopo le parole del cancelliere Merz, che ha detti che gli Usa sarebbero stati “umiliati” dall’Iran e “privi di una strategia” nella guerra, mentre Madrid è accusata di scarso contributo alla Nato. Roma paga invece il rifiuto all’utilizzo delle basi militari e le recenti divergenze politiche con Washington.
Nonostante la riduzione sia limitata rispetto al totale delle truppe presenti, il segnale politico è rilevante. In Germania, il ministro della Difesa Boris Pistorius ha definito il ritiro “prevedibile”, sottolineando però la necessità per l’Europa di assumere maggiori responsabilità nella propria difesa. Le preoccupazioni si estendono all’intera Alleanza, con il premier polacco Donald Tusk che ha parlato di una Nato “minata dall’interno”.
Negli Stati Uniti, intanto, emergono timori bipartisan su un possibile indebolimento del fronte occidentale e sui benefici che potrebbe trarne la Russia.
La Nato, attraverso la portavoce Oana Lungescu, ha ribadito l’impegno a collaborare con Washington per chiarire i dettagli della decisione, insistendo sulla necessità di rafforzare gli investimenti europei nella difesa.