MELBOURNE Taglietti: Life in Design è la mostra che fino al 28 agosto si potrà visitare alla Design Gallery, all’interno del Glyn Davis Building dell’Università di Melbourne, a Parkiville.

Un’esposizione che celebra i cento anni dalla nascita di Enrico Taglietti, progettista italiano vissuto per molti anni Down Under, dove ha contribuito in maniera originale e significativa allo sviluppo dell’architettura australiana moderna.

L’esposizione ne ripercorre il lavoro, le influenze e il modo profondamente personale di interpretare l’architettura. A raccontarne il valore è Philip Goad, docente di architettura dell’Università di Melbourne e curatore della mostra, nata originariamente al Canberra Museum and Art Gallery.

Quando gli è stato proposto di portarla a Melbourne, racconta, la risposta è stata subito positiva: “Ero molto entusiasta, perché Taglietti è stato un grande designer italiano emigrato in Australia, inoltre la biblioteca pubblica di St Kilda, da lui progettata, è recentemente entrata nel Victorian Heritage Register”. 

L’occasione del centenario rende l’appuntamento ancora più significativo ma, secondo Goad, Enrico Taglietti merita attenzione anche perché si discosta in maniera importante dagli italiani che hanno caratterizzato le grandi ondate italiane degli anni Cinquanta e Sessanta.

“Non era un emigrante economico come molti altri arrivati in quel periodo – spiega il docente –. È arrivato quasi come un ambasciatore culturale”. Una definizione che riassume bene il ruolo di un progettista formatosi al Politecnico di Milano e capace di portare in Australia una concezione del design profondamente radicata nella cultura italiana del dopoguerra. 

Taglietti non si limitava infatti agli edifici, sottolinea Goad, incarnava piuttosto quell’idea italiana del progetto che va “dal cucchiaio alla città”: architettura, interni, mobili, lampade, tessuti e oggetti facevano parte di un unico universo creativo. “Aveva quella straordinaria completezza che derivava dalla formazione milanese”, osserva il docente.

“Molti dei grandi designer italiani degli anni Cinquanta e Sessanta non progettavano soltanto case”, ma anche oggetti d’arredo. “Taglietti aveva la stessa ambizione”.

La mostra cerca proprio di restituire la molteplicità di un architetto poliedrico: oltre cento tra disegni, fotografie e documenti raccontano il suo percorso professionale e personale.

A questi si aggiungono mobili, lampade e oggetti d’archivio, compresi diari, corrispondenza e persino il cappello di laurea del Politecnico di Milano. Tra i materiali esposti c’è anche un tessuto con i famosi tagli di Lucio Fontana, trasformato poi in un abito da Franca Taglietti, moglie di Enrico. 

Il legame con Fontana non è casuale. Taglietti si muoveva in un ambiente culturale che superava i confini dell’architettura e dialogava continuamente con arte, design e sperimentazione. La sua formazione era stata segnata dalla Milano della Triennale e da una rete di amicizie e riferimenti creativi multidisciplinari. Anche in Australia ha continuato a coltivare rapporti con artisti e progettisti.

Goad cita, tra gli altri, lo scultore Clement Meadmore, che Taglietti ha coinvolto nella realizzazione di un elemento scultoreo per il Town House Motel di Canberra, uno dei primi lavori pubblici dell’artista.

Il pubblico potrà scoprire il rapporto tra Taglietti e David Jones, decisivo per il suo arrivo in Australia. È stata proprio una mostra organizzata da Jones a portarlo nel Paese, nel 1955. “Credo che molti resteranno sorpresi nel vedere quanto forte fosse l’interesse australiano per l’Italia già a metà degli anni Cinquanta”, osserva Goad.

Uno dei punti centrali dell’esposizione è naturalmente il rapporto tra Taglietti e il paesaggio australiano. L’architetto ha saputo comprendere in maniera insolita la forza del territorio: la massa degli edifici, il peso delle pareti, i grandi aggetti delle coperture e il rapporto tra ombra, luce e ambiente.

Una sensibilità che potrebbe essere stata influenzata anche dall’infanzia trascorsa da Taglietti con la sua famiglia negli anni Trenta, tra Eritrea ed Etiopia, dove il padre aveva interessi commerciali.

In mostra è presente una fotografia realizzata in Africa: “La guardi e pensi immediatamente che potrebbe essere il Top End australiano - osserva Goad (nella foto) -. Credo che quell’esperienza gli abbia dato una particolare empatia per certi paesaggi australiani”.

La biblioteca di St Kilda rimane uno degli esempi più evidenti del suo approccio. All’epoca Taglietti l’ha immaginata come un luogo comunitario. “Ha creato un impianto aperto, ma ha inserito anche piccole zone raccolte, per leggere. All’ingresso ha progettato uno spazio con una fontana, immaginava la biblioteca come un luogo di incontro”.

Il progetto prevedeva anche una seconda fase con un caffè e una galleria, segno di una concezione molto avanzata del ruolo sociale degli edifici pubblici.

Secondo Goad, l’aspetto più innovativo era proprio la capacità di attribuire dignità architettonica anche a una costruzione relativamente modesta. “Vedeva ogni edificio come un’opportunità per creare qualcosa di speciale e insolito”, continua, avvicinando il suo approccio alla sensibilità scultorea di alcuni grandi architetti italiani, come Carlo Scarpa.

Non a caso Taglietti ha progettato anche numerose scuole, spazi dove la dimensione del gioco e della scoperta assumeva un ruolo fondamentale. La mostra si impegna a trasmettere questo aspetto attraverso una componente interattiva: i visitatori possono sedersi attorno a un tavolo simile a quello posseduto da Enrico e Franca nel loro appartamento di Canberra e utilizzare blocchi di legno per creare forme liberamente. 

“Era interessato al gioco, a quella capacità dei bambini di trovare piacere nella creatività”, chiarisce Goad. Rispetto alla versione di Canberra, l’allestimento di Parkiville introduce alcuni elementi nuovi, tra cui mobili provenienti dalla biblioteca di St Kilda e una componente digitale.

Dopo Melbourne, una parte del materiale fotografico proseguirà il suo viaggio verso Milano, dove sarà esposta al Politecnico, chiudendo simbolicamente il cerchio tra la città nella quale Taglietti si è formato e il Paese nel quale ha costruito la propria carriera. 

Per Goad, studioso specializzato nell’architettura australiana del secondo dopoguerra, il valore della mostra sta anche nella possibilità di riconoscere il contributo di una figura che ha saputo fondere due culture progettuali senza rinunciare alla propria identità.

Taglietti è arrivato dall’Italia portando con sé un’idea sofisticata e multidisciplinare del design in Australia che, a sua volta, gli ha offerto un paesaggio e una società nei quali sperimentare. Da quell’incontro è nato un linguaggio architettonico unico, capace di sorprendere ancora oggi.