icazione – contro cui tutti, prima o poi, sbattiamo. Le parole danno forma al nostro mondo interiore, ma lo restituiscono sempre in modo inevitabilmente approssimativo, come un affresco dai contorni sfumati. Le piccole increspature del nostro umore, la costellazione di emozioni che ci attraversa, raramente riescono a essere racchiuse in un numero finito di lettere. È allora che l’arte viene in nostro soccorso, conducendoci sapientemente verso quel territorio del “non detto”, verso una dimensione in cui il sentire può diventare suono e il suono diventa espressività.

Per Andrea Molteni, la musica è proprio questo: un varco prezioso verso l’indicibile, un linguaggio universale capace di toccare corde profonde. Il pianista italiano, classe 1997, allievo del grande maestro William Grant Naboré, è oggi protagonista di un tour australiano che lo porterà a esibirsi nelle principali città del continente, tra cui Melbourne, dove approderà con due attesissimi concerti.

Una vocazione autentica e un talento strabiliante nutrono il rapporto con la musica di questo giovane interprete, fenomeno della classica in frenetica ascesa. Devoto al pianoforte come a un credo sacrale, Molteni incarna una rara sintesi di rigore e sensibilità: una tecnica formidabile, certo, ma è il suo approccio poetico al repertorio a conquistare. Quando suona, commuove per lirismo e potenza, trasformando ogni esecuzione in un racconto intimo, un viaggio emozionale che si imprime nella memoria dell’ascoltatore.

“Con la musica è stato un amore a prima vista”, racconta. Un legame nato in tenera età – aveva appena sei anni – e coltivato con determinazione ferrea. “Non l’ho mai vissuto come un hobby: è sempre stata qualcosa da raggiungere nella vita, un obiettivo”. Un percorso dunque costruito con tanta passione e disciplina, lontano da ogni improvvisazione.

La sua formazione, impeccabile e stratificata, lo ha visto crescere tra il Conservatorio di Como e prestigiose accademie internazionali. L’incontro con Naboré, figura cardine della sua maturazione artistica, si rivela decisivo: “È stato determinante per il mio percorso”, ammette. Da lì prende forma la carriera del concertista, che lo porterà sui palcoscenici di tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Asia, fino all’Australia.

Non è solo lo studio, tuttavia, a forgiare un musicista: “Questo fa sicuramente tanto, ma fa anche tanto l’esperienza”, sottolinea. E Molteni di esperienza ne ha accumulata precocemente. A soli 15 anni ottiene una borsa di studio che lo conduce al Festival di Bayreuth, trampolino di lancio per una serie di concerti tra Nizza, Mentone e Montecarlo. Un apprendistato sul campo che lo abitua fin da subito al confronto con il pubblico e con le grandi sale.

Tra i momenti più significativi della sua carriera, il pianista ricorda con emozione il concerto nella Città Proibita di Pechino: “Entrare e sentire l’applauso di 1.700 persone è stato qualcosa di indescrivibile”. Eppure, una volta seduto al pianoforte, tutto si annulla: “Quando inizi a suonare, non importa più se davanti hai dieci o mille persone”.

Il suo repertorio, scelto con intelligenza e curiosità, rifugge le scorciatoie. Molteni è anche un raffinato “ricercatore musicale”, come spesso viene definito. “Secondo me è un obiettivo di tutti i musicisti: trovare qualcosa di nuovo, altrimenti si rischia di fare solo dattilografia sul pianoforte”. Non sorprende, dunque, la sua decisione di dedicare un intero album alle opere pianistiche di Petrassi e Dallapiccola, compositori del Novecento italiano ancora poco frequentati. Un lavoro accolto con entusiasmo dalla critica internazionale, che ne ha lodato la visione e il coraggio interpretativo.

La discografia, oggi, rappresenta un tassello fondamentale per un giovane artista: “Ti dà visibilità. Le piattaforme digitali rendono tutto più accessibile”. Ma al di là della promozione, resta la necessità di offrire un prodotto autentico, capace di distinguersi nel panorama contemporaneo.

Il suo ultimo progetto è dedicato a Beethoven, autore con cui sente una particolare affinità: “È un compositore in cui mi trovo a mio agio, anche dal punto di vista della personalità”. Un legame che si traduce in interpretazioni intense e meditate, come dimostra la sua trascrizione per pianoforte solo della Grosse Fuge, impresa tanto ambiziosa quanto magistralmente riuscita.

E ora l’Australia. A Melbourne, Molteni si esibirà l’1 maggio alla Nightingale Gallery e il 4 maggio al Tempo Rubato di Brunswick. Due appuntamenti che promettono di essere un viaggio musicale in cui la tradizione classica si sposa con incursioni personali, dando vita a un dialogo di generi capace di avvicinare anche le nuove generazioni.

“Preferisco lasciare un po’ di sorpresa”, confessa ai nostri microfoni. Del resto, ogni concerto è un’esperienza unica, dove la voce è sostituita dal pianoforte e la melodia attanaglia l’attenzione dell’ascoltatore, giocando con le sue emozioni e il suo vissuto. Racconti brevi, fatti di pagine bianche scritte per chi ascolta.

Il pubblico australiano, osserva il giovane musicista, si distingue per attenzione e partecipazione: “Si vede che ci tengono molto, c’è un approccio quasi d’altri tempi, e questa cosa mi piace”.

Alla domanda su cosa rappresenti per lui la musica, Molteni si concede una riflessione intensa: “È qualcosa che mi permette di esprimermi al 100%, cosa che non sempre riesce con le parole. La musica rompe quel limite che tutti abbiamo: perché con la musica non puoi mentire, la tua personalità è quella”.

Parole che si stagliano come una dichiarazione d’intenti, un manifesto artistico limpido e sincero. E mentre il suo percorso continua a salire, tra nuove registrazioni e palcoscenici internazionali, resta intatta la dimensione più autentica del suo essere musicista.  

E sul futuro? Il pianista non si sbilancia troppo, ma lascia intravedere una tensione costante verso nuovi traguardi, anche fuori dalla musica: “Ho tanti sogni, ma uno è continuare a scalare, letteralmente. Dopo il Monte Bianco, voglio affrontare altre vette”.