GINEVRA - È ormai “emergenza estate”, il manifesto di una nuova geografia del rischio climatico che si sta manifestando simultaneamente in Europa, Stati Uniti e Asia. Temperature record, notti senza tregua, umidità insopportabile, incendi, siccità, scuole chiuse, cantieri rallentati, reti elettriche sotto pressione e ospedali al collasso: il caldo estremo, un tempo percepito come evento eccezionale, è diventato la condizione strutturale di un pianeta che si riscalda  

La cornice scientifica, del resto, è consolidata. L’Ipcc (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) definisce “inequivocabile” l’impatto antropico sul riscaldamento di atmosfera, oceani e terre emerse, avvertendo che ogni frazione di grado in più amplifica la letalità di questi eventi. Eppure, mentre la realtà fisica entra nelle case e nei luoghi di lavoro, il dibattito politico globale continua a essere attraversato da negazionismi e minimizzazioni. 

L’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) ha definito “straordinaria” l’ondata che ha investito l’Europa, il continente che attualmente si riscalda più rapidamente al mondo. Il bilancio sanitario è drammatico: il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha già segnalato oltre 1.300 morti in eccesso legati al caldo in Europa e più di 150 milioni di persone esposte. 

I dati del mese di giugno descrivono un salto di scala senza precedenti. In Francia è stata registrata la giornata più calda mai osservata su scala nazionale, con picchi fino a 43,8 gradi, mentre in Germania la località di Coschen, al confine polacco, ha toccato i 41,7 gradi e ben 252 stazioni meteorologiche hanno infranto i loro record assoluti.  

La fiammata africana ha colpito duramente anche la Spagna, dove Bilbao ha raggiunto il suo picco storico per giugno con 42,7 gradi, seguita dall’Ungheria e dalla Polonia che hanno registrato rispettivamente 40,7 e 40,5 gradi. Spostandosi più a nord, a Basilea, in Svizzera, il termometro ha segnato 39 gradi, mentre il territorio danese ha registrato un nuovo massimo assoluto di 37 gradi. Infine, nel Regno Unito la città di Londra ha battuto per tre giorni consecutivi i propri record storici, mentre nei Paesi Bassi le autorità hanno decretato un’allerta rossa senza precedenti per otto province. 

Ma il punto decisivo non è solo il picco diurno: sono le notti che non rinfrescano più. La Wmo ricorda che quando la temperatura non scende sotto i 20 gradi si parla di “notte tropicale”. È in queste ore che si consuma il picco del rischio sanitario: il corpo umano ha bisogno del sonno per abbassare la temperatura interna e alleggerire il sistema cardiovascolare; se il termometro resta alto, il recupero fallisce. Un giorno da 38 gradi seguito da una notte fresca ha un impatto nettamente inferiore rispetto a una giornata lievemente meno calda ma priva di sollievo notturno. 

Negli Stati Uniti la minaccia ha le sembianze di una gigantesca heat dome (cupola di calore) sul Midwest e sulla costa orientale. Si tratta di un’area persistente di alta pressione che comprime l’aria e intrappola il caldo al suolo. Secondo i dati HeatRisk della Noaa, oltre 220 milioni di statunitensi rischiano di superare i 37,8°C, con indici di calore percepito fino a 43,3°C. 

In Asia, il fenomeno assume una forma ancora più letale: il caldo umido. Uno studio di Climate Central rivela che i giorni con una “temperatura di bulbo umido” (il limite fisico oltre il quale l’organismo non riesce più a raffreddarsi tramite l’evaporazione del sudore) pari o superiore a 25 gradi sono più che raddoppiati dagli anni Settanta, passando da 10 a 23 giorni all’anno. 

L’estensione geografica di questo stress termico globale è fotografata da una ricerca su Nature Climate Change: dagli anni Settanta a oggi, la quota di popolazione mondiale che vive almeno 90 giorni all’anno in condizioni di forte stress termico è schizzata dal 55% al 70%. Significa che circa un miliardo di persone in più rispetto a cinquant’anni fa è esposta a un caldo potenzialmente letale, specialmente nell’Africa subsahariana, nella penisola arabica, in Asia meridionale e nel Mediterraneo. 

Nelle città, cemento e asfalto creano “isole di calore” capaci di aggiungere fino a 5 gradi alla temperatura reale. Per difendersi, l’Europa sta correndo ai ripari modificando strutturalmente i propri consumi. Grandi produttori globali come Samsung, LG, Midea e Mitsubishi Electric segnalano vendite di condizionatori a doppia cifra in Francia, Spagna, Germania e Italia, con linee produttive a pieno regime e scorte esaurite, nonostante l’installazione negli edifici storici europei rimanga complessa e onerosa. 

Questo boom innesca però un pericoloso circolo vizioso: più condizionatori offrono protezione immediata, ma impennano la domanda elettrica. Se questa energia viene prodotta da fonti fossili, il raffrescamento finisce per alimentare lo stesso riscaldamento globale da cui si tenta di fuggire. La tecnologia da sola non basta; gli esperti invocano piani di allerta precoce, riforestazione urbana, edilizia intelligente e reti elettriche resilienti. 

Nonostante l’evidenza dei dati, il negazionismo e la minimizzazione restano armi forti nel dibattito politico. Il caso più emblematico è quello di Donald Trump, che all’Assemblea generale dell’Onu ha definito il cambiamento climatico “la più grande truffa mai perpetrata al mondo”, attaccando la transizione verde e definendo la carbon footprint una frode.  

Una linea che trova sponde globali nell’argentino Javier Milei (che parla di “menzogna socialista”), nell’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro sul fronte Amazzonia, e nelle storiche tesi dell’ex presidente ceco Vaclav Klaus contro la “dottrina” climatica. 

Il caldo estremo si profila così come un definitivo e brutale test di realtà per la politica. Le ondate di calore che deformano i binari, fanno saltare i blackout elettrici, riducono la produttività e riempiono i pronto soccorso non sono più concetti astratti o proiezioni sul futuro. Non si parla del ritiro remoto di un ghiacciaio: si parla della temperatura della stanza in cui si tenta di dormire, del cantiere in cui si lavora, dell’asfalto su cui si cammina. Una realtà fisica e corporea che non si può più ignorare.