La conoscenza può assumere forme diverse. Può nascere dalla tradizione, dall’autorità, dall’esperienza tramandata o dalla fede. La scienza, invece, sceglie una strada un po’ più scomoda: quella della domanda.

È forse l’unico sistema di conoscenza che non chiede di credere, ma di dubitare. Invita a mettere continuamente in discussione ciò che sappiamo, a verificare, osservare, sperimentare e, quando necessario, a ricominciare da capo. In un tempo in cui le opinioni si trasformano rapidamente in certezze e l’informazione scorre più veloce della riflessione, il metodo scientifico continua a ricordarci che il pensiero critico è uno degli strumenti più preziosi di cui disponiamo.

Non è soltanto un percorso di ricerca, ma un esercizio di libertà intellettuale. Ogni grande scoperta nasce dalla disponibilità a immaginare che la risposta possa essere diversa da quella che davamo per scontata. A volte è proprio quel punto di vista apparentemente improbabile a spalancare un orizzonte nuovo, l’intuizione che nessuno aveva ancora avuto il coraggio di seguire. Altre volte, è la conferma di un’idea brillante che ha impiegato anni per trovare terreno fertile. E, come accade spesso nella storia della scienza, la risposta arriva mentre si stava cercando qualcos’altro.

È una prospettiva che Marco Lazzarino conosce bene. Professore di bioingegneria e oggi addetto scientifico dell’Ambasciata d’Italia a Canberra, il suo lavoro consiste proprio nel trasformare la ricerca in uno strumento di dialogo tra istituzioni, università e comunità scientifiche dei due Paesi.

“La diplomazia scientifica è uno degli strumenti più avanzati della diplomazia”, racconta Lazzarino. “Consente di costruire ponti anche quando altri canali di dialogo sono più difficili, mettendo al centro la condivisione del sapere e dei valori”.

Nel caso dell’Australia il contesto è particolare. Italia e Australia sono infatti considerate nazioni “like-minded”, accomunate da valori democratici, da una lunga tradizione di collaborazione accademica e da una visione condivisa del ruolo della ricerca nella società. Ed è proprio questa sintonia a trasformare la cooperazione scientifica in un laboratorio di idee con ricadute che vanno ben oltre i confini dei due Paesi.

A ben vedere, la diplomazia scientifica non riguarda soltanto università e centri di ricerca. È un ecosistema fatto di istituzioni, industrie, innovazione e mobilità internazionale, nel quale la circolazione delle competenze produce benefici destinati a riflettersi sulla collettività.

Proprio in questa direzione si muove il lavoro dell’Ambasciata italiana, impegnata a rafforzare un accordo bilaterale già esistente attraverso l’attivazione di protocolli esecutivi che favoriranno progetti congiunti e scambi di ricercatori.

“L’obiettivo è permettere alle competenze italiane e australiane di completarsi a vicenda”, osserva Lazzarino. Una prospettiva che apre la strada a una collaborazione sempre più strutturata e inserisce l’Australia nella rete internazionale di cooperazione scientifica già sviluppata dall’Italia con Paesi come Giappone, Corea, India, Stati Uniti, Canada e numerose nazioni europee.

Guardando oltre gli accordi istituzionali, il filo rosso che unisce Italia e Australia passa attraverso alcuni dei progetti più ambiziosi della ricerca contemporanea.

Il dato più interessante, però, è un altro: una delle più grandi infrastrutture scientifiche del pianeta porta già una forte impronta italiana.

“Nel deserto del Western Australia sta infatti prendendo forma lo Square Kilometre Array Observatory (SKAO), destinato a diventare il più potente radiotelescopio mai realizzato. 

Un gigantesco sistema composto da circa 130.000 antenne che esplorerà l’universo nelle frequenze radio e che coinvolge tredici nazioni”, spiega l’attaché di Canberra.

Le antenne, simili a una foresta di sottili alberi metallici, sono state progettate e saranno costruite in Italia, mentre l’Australia svilupperà il complesso sistema di sincronizzazione capace di coordinare segnali provenienti da distanze fino a ottanta chilometri con una precisione dell’ordine dei nanosecondi.

Tra intuizione e innovazione, il progetto rappresenta perfettamente quella dimensione internazionale della scienza nella quale nessun Paese può procedere da solo.

Un altro orizzonte di cooperazione guarda ancora più a sud, verso l’Antartide.

“Per l’Australia è una presenza geografica vicina; per l’Italia una straordinaria frontiera di ricerca costruita attraverso le basi Mario Zucchelli e Concordia, quest’ultima condivisa con la Francia nel cuore del continente ghiacciato” racconta Lazzarino.

È qui che entra in gioco una delle imprese scientifiche più affascinanti degli ultimi anni: l’estrazione di una carota di ghiaccio lunga un chilometro e mezzo, un archivio naturale capace di raccontare un milione e mezzo di anni di storia climatica del pianeta.

“In quella colonna di ghiaccio possiamo leggere come sono cambiate nel tempo la concentrazione di anidride carbonica, gli isotopi radioattivi e la composizione dell’atmosfera. È come avere un gigantesco registro del clima terrestre”.

Un patrimonio di dati che permette di comprendere meglio il presente e di affinare gli strumenti con cui immaginare il futuro.

Ma come nasce un’innovazione destinata a cambiare la società?

La risposta, secondo Lazzarino, è molto meno lineare di quanto si possa immaginare.

“La scoperta spesso non coincide con ciò che il ricercatore stava cercando – spiega –. Può essere un risultato inatteso. La vera sfida è riconoscerne il potenziale e avere la determinazione di continuare a svilupparlo”.

Il confine tra ricerca e applicazione si fa così sempre più sottile. Servono intuizione, perseveranza e, soprattutto, qualcuno disposto a investire: “Venture capital, business angel e finanziatori rappresentano infatti l’anello indispensabile per trasformare un’idea in un’impresa capace di produrre ricadute economiche e sociali”.

In questo scenario anche l’intelligenza artificiale sta modificando profondamente il modo di fare ricerca, pur lasciando aperti interrogativi destinati a crescere.

Secondo Lazzarino, la comunità scientifica sta ancora esplorando le reali potenzialità di questi strumenti.

“L’AI è straordinaria nel riconoscere schemi già esistenti, ma una scoperta autenticamente nuova nasce spesso da qualcosa che nessuno aveva mai osservato prima”.

Una riflessione che restituisce centralità all’intuizione umana e alla creatività, elementi che continuano a rappresentare il motore più imprevedibile della nostra conoscenza. Del resto, è proprio questa curiosità trasversale ad aver accompagnato anche il percorso professionale di Lazzarino, che dalla ricerca accademica è approdato alla diplomazia scientifica, ampliando lo sguardo da una singola disciplina all’intero ecosistema dell’innovazione e della cooperazione internazionale.

“La cosa più bella è poter incontrare persone straordinarie e confrontarsi ogni giorno con idee nuove”, confessa.

E se dovesse indicare una priorità assoluta per il futuro della collaborazione tra Italia e Australia, la risposta arriva senza esitazioni.

“Lo Spazio. Perché è proprio oltre l’atmosfera che si concentreranno alcune delle sfide più decisive dei prossimi decenni: dalle telecomunicazioni all’osservazione della Terra, dalla sicurezza alla gestione delle risorse comuni. 

Un territorio che appartiene a tutti e che, proprio per questo, richiede regole condivise e una cooperazione internazionale sempre più stretta”.

In fondo è questa la lezione più preziosa della diplomazia scientifica: ogni scoperta nasce da un’intuizione individuale, ma cresce soltanto quando diventa patrimonio condiviso.