BUENOS AIRES - Che cosa poteva avere di pericoloso una canzone d’amore? Un’interpretazione troppo sensuale, una critica alla guerra, una donna che decideva liberamente del proprio desiderio o un riferimento scomodo alla Chiesa?
Queste domande hanno guidato una nuova edizione del “Pranzo musicale”, svoltasi il 17 luglio nella Sala Roma del Circolo Italiano di Buenos Aires. Durante l'incontro la professoressa Sol de Brito ha invitato il pubblico a ripercorrere diversi decenni della musica italiana per scoprire le storie e i significati nascosti dietro alcune celebri canzoni.
L’iniziativa aveva qualcosa della lezione, ma anche del gioco collettivo. Prima di spiegare perché un brano fosse stato contestato, De Brito ha invitato i partecipanti ad ascoltarlo, a osservarne il contesto storico e a formulare le proprie interpretazioni.
“Oggi sarete voi i censori”, ha esordito. La consegna invitava a prestare attenzione alle parole, alle metafore, ai gesti e persino al modo di cantare. Perché, come è emerso nel corso dell’incontro, la censura non colpiva sempre ciò che un testo diceva apertamente. Talvolta il problema risiedeva in ciò che lasciava intendere.
Il percorso è iniziato con il Festival di Sanremo del 1959 e Tua, interpretata da Jula De Palma. Il testo difficilmente scandalizzerebbe il pubblico di oggi. Tuttavia, il modo di interpretarla, ritenuto eccessivamente sensuale, ansimante e passionale, bastò perché il brano venisse escluso da alcune trasmissioni radiofoniche.
“Oggi tutto questo può sembrarci innocuo, ma nel 1959 provocò un vero scandalo”, ha spiegato De Brito. Il caso ha permesso di introdurre una delle idee centrali dell’incontro: ciò che una società considera accettabile cambia nel tempo e rivela anche le sue paure, i suoi pregiudizi e i rapporti di potere che la attraversano.
La censura non si limitò alla morale sessuale. Nel 1966 Gianni Morandi portò in musica la storia di un giovane statunitense che amava i Beatles e i Rolling Stones, ma veniva mandato a combattere in Vietnam. Il titolo, C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, nascondeva una canzone pacifista nel pieno della Guerra Fredda.
In un’Italia strettamente legata agli Stati Uniti, criticare la guerra del Vietnam significava addentrarsi in un terreno politicamente delicato. Come ha ricordato De Brito, durante alcune esibizioni televisive Morandi fu costretto a sostituire i riferimenti più espliciti al Vietnam e ai Viet Cong con suoni onomatopeici. La canzone continuava a essere eseguita, ma una parte del suo significato era stata accuratamente amputata.
Con Bocca di Rosa, di Fabrizio De André, il bersaglio si ampliò. La storia di una donna che arriva in un piccolo paese e ne sconvolge l’apparente tranquillità metteva in luce l’ipocrisia degli abitanti e chiamava in causa anche la polizia, la Chiesa e le autorità civili.
“È una sorta di rivoluzione silenziosa provocata dall’arrivo di questa donna”, ha osservato la professoressa. Uno dei versi dedicati al parroco dovette essere modificato per facilitarne la diffusione. Il disagio non nasceva soltanto dalla libertà sessuale della protagonista, ma anche dallo specchio che De André poneva davanti a coloro che la condannavano pubblicamente.
La figura femminile ha occupato una parte centrale dell’incontro. In La bambola, Patty Pravo rifiutava di continuare a essere trattata come un giocattolo nelle mani di un uomo. Pubblicata nel 1968, la canzone poteva essere letta come una precoce dichiarazione di emancipazione e una critica al modello affettivo e familiare dominante.
Anche il pubblico ha contribuito con le proprie interpretazioni. Una delle partecipanti ha osservato che la protagonista non denuncia soltanto il ruolo di oggetto che l’uomo le attribuisce, ma anche la sua indifferenza verso i suoi sentimenti: non si accorge quando piange, quando è triste o quando è stanca. “È una forma di intelligenza emotiva”, ha commentato.
De Brito ha ripreso questa lettura per ricordare che i diritti delle donne, anche quelli che sembrano ormai acquisiti, tornano periodicamente a essere messi in discussione. La conversazione ha inoltre richiamato C’è ancora domani, il film di Paola Cortellesi che racconta la violenza e i condizionamenti familiari vissuti dalle donne nell’Italia del dopoguerra.
L’atmosfera si è poi animata con Raffaella Carrà, artista amatissima anche in Argentina e capace di trasformare un ombelico scoperto in un caso politico e televisivo. In Tuca Tuca lo scandalo non riguardava tanto il testo quanto la coreografia: Carrà toccava diverse parti del corpo del partner di ballo e, soprattutto, era lei a prendere l’iniziativa.
“La danza mette in scena il desiderio femminile, non soltanto quello maschile”, ha sottolineato De Brito. La coreografia suscitò dure critiche da parte della Chiesa e fu inizialmente rimossa dai programmi della RAI. Tuttavia, l’intervento di Alberto Sordi cambiò il corso degli eventi. Il celebre attore accettò di ballare il Tuca Tuca insieme a Carrà durante Canzonissima, convincendo i dirigenti della televisione pubblica a rivedere la decisione.
“Chi avrebbe potuto dire di no ad Alberto Sordi?”, ha scherzato la professoressa, tra le risate del pubblico.
Carrà ha offerto anche lo spunto per riflettere sulle differenze tra la versione italiana di una canzone e i suoi adattamenti all’estero. Il celebre verso “Com’è bello far l’amore da Trieste in giù” divenne, per il mercato ispanoamericano, “Para hacer bien el amor hay que venir al sur”. Il successo rimase immutato, ma il riferimento sessuale diretto risultò decisamente attenuato.
La professoressa ha spiegato che l’espressione italiana comprendeva simbolicamente l’intero Paese, poiché Trieste si trova all’estremo nord-est della penisola. La canzone fu pubblicata in un decennio di profondi cambiamenti culturali, poco dopo l’approvazione della legge sul divorzio. Il suo messaggio non parlava soltanto di sesso: metteva la scelta nelle mani della donna.
Il percorso è poi proseguito attraverso testi che affrontavano droghe, aborto, corruzione e simboli religiosi. Rino Gaetano nascose possibili riferimenti alla marijuana dietro le immagini surreali di Gianna, mentre anni dopo gli Articolo 31 trasformarono un’altra “Maria” nella protagonista di una canzone dedicata, quasi esplicitamente, alla cannabis.
C’è stato spazio anche per i casi in cui la censura non assunse la forma di un divieto ufficiale. Alcune emittenti radiofoniche decisero semplicemente di non trasmettere determinati brani, di limitarne la diffusione nelle ore diurne o di riservarli alla programmazione notturna. Altri furono modificati prima di approdare in televisione oppure sottoposti ad autocensura per evitare problemi.
L’aborto è emerso come uno dei temi più delicati dell’incontro. In te, la canzone presentata da Nek al Festival di Sanremo del 1993, racconta una gravidanza che la donna non desidera portare avanti, mentre il protagonista cerca di convincerla a cambiare idea. Il brano non fu formalmente censurato, ma suscitò accese polemiche e diverse emittenti nazionali decisero di non trasmetterlo. I suoi critici ritenevano che il testo colpevolizzasse le donne.
L’incontro ha riservato anche qualche sorpresa. Non tutte le canzoni provocatorie erano state censurate. La terra dei cachi, con cui Elio e le Storie Tese si classificarono secondi a Sanremo nel 1996, offriva un elenco impietoso dei mali dell’Italia: abusivismo edilizio, appalti truccati, corruzione nella sanità, mafia e violenza. Nonostante la durezza del testo, non fu mai proibita.
Lo stesso è accaduto con brani più recenti di Annalisa, che giocano con allusioni sessuali o accostano immagini sensuali a simboli religiosi. Non sono mancate le polemiche e le previsioni di scandalo, ma non si è arrivati alla censura. Il contrasto faceva parte del gioco proposto da De Brito: non tutto ciò che provoca viene escluso e non tutto ciò che viene messo a tacere è oggetto di un divieto esplicito.
Una radio può relegare una canzone alle ore notturne. Un’emittente televisiva può imporre la sostituzione di una parola. Una casa discografica può spingere verso una versione meno controversa. Può esserci anche un boicottaggio o una polemica che, paradossalmente, finisce per accrescere la popolarità di ciò che si voleva mettere a tacere.
Il percorso è arrivato fino alla musica italiana contemporanea, ma ha lasciato fuori da questo articolo numerose canzoni, doppi sensi e controversie. Parte del fascino del “Pranzo musicale” è consistito proprio nell’ascoltarle senza conoscerne in anticipo la storia e nello scoprire fino a che punto i criteri di oggi differiscano — oppure no — da quelli adottati dai censori di altre epoche.
Per informazioni sulle prossime edizioni del “Pranzo musicale” e sulle altre attività culturali dell’istituzione, è possibile seguire i canali social del Circolo Italiano di Buenos Aires.