Ospite in studio a Rete Italia per La testa nel pallone, Joe Montemurro, allenatore delle Matilda e figura centrale del calcio australiano contemporaneo. Incontro che si muove tra ricordi di carriera europea, analisi del calcio femminile e riflessioni sul futuro del movimento internazionale.
Inevitabile aprire con il calcio di club e con l’Arsenal, squadra a cui Montemurro è ancora profondamente legato, che dopo vent’anni è tornato a vincere la Premier League. “È una grande soddisfazione. Sono un grande tifoso dei Gunners. Vedere quello che ha costruito Arteta mi rende felice, perché hanno mantenuto una cultura precisa. È importante vincere, ma ancora più importante è farlo con identità”.
Montemurro sottolinea proprio questo concetto: la continuità di un’idea, più del risultato immediato. Un filo che lega Wenger, Arteta e la sua stessa esperienza nel club londinese. Si può aprire un ciclo? “Sì. Hanno tanti giocatori dal settore giovanile, danno spazio ai talenti locali. Le qualità ci sono e continuando così si può costruire qualcosa di duraturo”.
Il nome di Arsène Wenger, punto di riferimento inevitabile. “Una persona con un carisma incredibile. Non è solo un allenatore, è qualcuno che ha creato una cultura. In quel periodo si respirava un’idea di calcio e di vita. Ho parlato tantissimo con lui, è stato fondamentale per me. Oggi è ancora una figura influente nel calcio mondiale lavorando alla Fifa nel settore tecnico e di sviluppo. La sua esperienza è importantissima a livello globale. Il calcio sta usando molto le sue idee”.
Se il passato europeo ha formato Montemurro, il presente sono le Matildas che hanno vissuto una grande Coppa d’Asia in casa. “È stato un peccato non vincere, ma nei tornei contano i momenti. Anche le migliori squadre attraversano momenti difficili in un torneo. L’importante è la gestione. Giocare davanti a 76.000 persone è stato incredibile. Questo dimostra quanto il movimento sia cresciuto”.
Ma dove devono arrivare le Matildas? “Devono costruire un DNA. Non basta controllare le partite a tratti, bisogna farlo in modo continuo. Le grandi squadre vogliono tutte il controllo del gioco”. Il ranking mondiale, però, conferma una fase di transizione, scendendo rispetto al passato. Preoccupato? “Siamo intorno al 14° posto. L’obiettivo è tornare tra le prime dieci. È fondamentale anche per i sorteggi e per la competitività”.
Quanto è difficile allenare una nazionale rispetto a un club? “È molto difficile. Hai pochissimo tempo con le giocatrici. Arrivano da contesti diversi, con forme fisiche e mentali diverse. L’aspetto mentale è forse la cosa più complicata.” E il calendario internazionale non aiuta... “Spesso si hanno solo due sedute prima di una partita. E alcune giocatrici arrivano dall’Europa dopo aver giocato pochi giorni prima”.
A proposito di Europa, che differenze ci sono tra Australia e vecchio continente? “È soprattutto culturale. In Australia il calcio femminile è già parte della normalità. In Europa, e soprattutto in Italia, c’è ancora un percorso da fare. Ma i progressi sono evidenti”. L’Europa resta però un punto centrale nella crescita delle giocatrici. “Lì si giocano molte più partite ad alto livello. Questo fa la differenza nello sviluppo”.
Chi sono le favorite ai prossimi Mondiali in Brasile? “Stati Uniti, le padrone di casa, Germania, Spagna. Anche l’Italia sta crescendo molto. Sarà un torneo molto competitivo. L’Australia è lì, ma bisogna essere pronti a tutti gli stili di gioco”.
Dall’incontro emerge ancora una volta la filosofia calcistica di Montemurro, chiara e coerente. “Voglio una squadra proattiva. Non un possesso sterile, ma controllo con intenzione. Il calcio moderno è questo: capire quando accelerare e quando rallentare”. Il tecnico insiste anche su un tema ricorrente: il tempo e lo spazio come elementi fondamentali del gioco: “Il calcio è tempo e spazio. Tutto parte da lì”.
Infine, inevitabile uno sguardo al futuro personale. L’Europa manca? “Ho avuto la fortuna di lavorare con club come Arsenal, Lione e Juventus. Sono stati anni incredibili. Ma l’Australia è un’altra realtà importante. Tornare in Europa? Nel calcio non si sa mai. Ora sono concentrato sulle Matildas”. Vincere i Mondiali significherebbe lasciare la panchina verdeoro? “Non lo so. Quando hai passione vuoi restare dentro questo mondo. Poi si vedrà”.