ROMA - La nuova legge elettorale torna alla Camera, nella stessa Aula in cui a metà luglio la maggioranza era andata sotto sulle preferenze, reinserite nel testo approvato dal Senato.
Per Giorgia Meloni è una prova di forza su un passaggio che la premier aveva legato al superamento di quella che aveva definito “la palude” di chi vuole impedire ai cittadini di scegliere i propri parlamentari.
La discussione generale comincia nel pomeriggio, mentre giovedì si entrerà nel vivo delle votazioni con le pregiudiziali di costituzionalità, sulle quali è probabile il voto segreto. “E già lì capiremo in che acque navighiamo”, osserva a microfoni spenti un deputato di Fratelli d’Italia.
Nella maggioranza prevale un cauto ottimismo, ma non manca apprensione, soprattutto in vista dell’8 ottobre, giorno in cui è prevista la votazione finale, anche questa a scrutinio segreto.
Nei capannelli di Montecitorio si rincorrono da giorni le ipotesi più diverse. C’è chi assicura che “filerà tutto liscio” e chi, invece, non esclude un incidente parlamentare capace di riaprire il tema dei tempi della legislatura e del voto politico.
In ambienti dell’opposizione sono circolate anche voci su possibili franchi tiratori dentro Fratelli d’Italia, ipotesi respinta con sdegno dai diretti interessati.
Il primo terreno di scontro è stato intanto la commissione Affari costituzionali, dove sono stati bocciati gli ultimi emendamenti. Le opposizioni hanno attaccato il testo su tre punti: le preferenze disegnate dal centrodestra, la parità di genere ritenuta insufficiente e l’aumento delle firme richieste alle liste non presenti in Parlamento.
Proprio il nodo delle sottoscrizioni ha acceso il confronto. La riforma prevede che le liste non già rappresentate in Parlamento debbano raccogliere 6mila firme per collegio, contro le 1.500 attuali.
Per Riccardo Magi di Più Europa, in regioni come Molise e Basilicata questo significherebbe chiedere firme pari rispettivamente al 2,5% e all’1,4% degli aventi diritto al voto.
“La presentazione delle liste non deve essere disincentivata con barriere assurde”, attacca Filiberto Zaratti di Avs. Vittoria Baldino, del M5s, accusa la maggioranza di voler evitare i “cespugli” senza però rinunciare al sostegno delle liste minori: una scelta che definisce “incostituzionale” e “moralmente riprovevole”. Per il dem Federico Fornaro si tratta di una norma “oggettivamente irragionevole” che altera la competizione elettorale.
La maggioranza respinge le accuse. Angelo Rossi, di Fratelli d’Italia, sostiene che l’aumento delle firme è una scelta politica per bilanciare la cancellazione della soglia di voti necessaria a contribuire al premio di maggioranza. “Può piacere o no”, afferma, “ma non è illegittima”.
Altro fronte aperto è quello della rappresentanza di genere. “Con lo Stabilicum non avremo un Parlamento per donne”, attacca la capogruppo Pd in commissione, Simona Bonafè. Secondo la deputata dem, Meloni si assume “la grave responsabilità” di cancellare la parità di genere nella scelta dei capilista e di consegnare al Paese un Parlamento con una rappresentanza femminile più bassa.
Tra gli emendamenti bocciati c’è anche quello di Futuro Nazionale con Vannacci, che riproponeva un sistema di preferenze pure.
Il passaggio alla Camera sarà quindi decisivo non solo per il destino della riforma elettorale, ma anche per misurare la tenuta della maggioranza su un testo politicamente sensibile e già segnato, due mesi fa, da una battuta d’arresto inattesa.