BEIRUT - A pochissime ore dall’annuncio di un cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, l’intesa tra Israele e Libano rischia già di naufragare: Hezbollah ha respinto ufficialmente l’accordo, mentre sul campo sono proseguiti i raid dell’esercito israeliano (Idf).

In questo contesto di totale instabilità, una base delle Nazioni Unite nel sud del Libano è stata colpita nella notte, provocando la morte di un peacekeeper e il ferimento di altri due. 

Il drammatico incidente è avvenuto nella tarda serata di ieri nei pressi di Marjayoun, nel settore orientale del Libano meridionale. Una postazione della missione Unifil è stata centrata da un ordigno.

La vittima è stata identificata dal ministero della Difesa di Belgrado come il sergente maggiore Milovan Jovanovic, 37 anni, deceduto intorno alle 4 del mattino nel Centro Medico Universitario di Beirut, dove era stato trasferito d’urgenza in elicottero.  

Nell’attacco sono rimasti feriti altri due Caschi Blu, attualmente in cura presso il centro medico della base. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez e il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani hanno confermato che i feriti appartengono ai contingenti di Spagna e El Salvador.

Nessun militare italiano è rimasto coinvolto, poiché il contingente italiano opera in un settore differente. 

Unifil ha immediatamente avviato un’indagine parlando di “un numero sempre crescente di traiettorie e impatti nel Libano meridionale” e ha lanciato un severo monito: “Gli attacchi deliberati contro i caschi blu costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza, e possono configurare crimini di guerra. Chiediamo alle autorità nazionali competenti di indagare sull’incidente, di perseguire i responsabili e di garantire la responsabilità penale”. 

L’Idf ha immediatamente attribuito la responsabilità del tragico evento alle milizie sciite filoiraniane. “L’organizzazione terroristica Hezbollah ha sparato colpi di mortaio provenienti dalla zona di Qotrani, che hanno colpito un avamposto Unifil nella zona di Dibbin. Un esame della traiettoria dei proiettili indica chiaramente che l’attacco è stato effettuato dall’organizzazione terroristica”, ha dichiarato un portavoce militare israeliano.  

Nonostante l’annuncio della tregua, le ostilità non si sono mai interrotte. La stampa libanese e l’agenzia statale Nna hanno riferito di attacchi israeliani condotti con droni lungo le strade del sud del Paese, che hanno causato vittime. L’Idf ha confermato le operazioni, spiegando di aver impiegato sei tonnellate di esplosivo per distruggere oltre 20 siti sensibili, tra cui un deposito di munizioni di Hezbollah. 

Di contro, Mahmoud Kamati, vicecapo del consiglio politico di Hezbollah, ha minacciato dure ritorsioni ai microfoni di Al Araby: “L’equiparazione di Dahiyeh agli insediamenti nel nord non può essere accettata in alcun modo. Se l’Idf riprenderà gli attacchi a Beirut, lanceremo rappresaglie contro città del centro di Israele come Haifa e Tel Aviv”.  

Parallelamente, la violenza prosegue anche a Gaza, dove la Protezione Civile locale ha denunciato la morte di otto persone a seguito di raid israeliani a Gaza City e nel campo profughi di Shati. 

I tragici eventi di oggi arrivano a pochissime ore dal comunicato del Dipartimento di Stato Usa che annunciava l’approvazione di un piano di stabilizzazione. I punti cardine del testo prevedono la completa cessazione delle ostilità e l’evacuazione di Hezbollah al di sopra del fiume Litani, parallelamente alla creazione di “zone pilota” sotto il controllo esclusivo delle Forze Armate libanesi, sostenute dagli Stati Uniti.  

L’intesa stabilisce inoltre il disarmo di Hezbollah e lo smantellamento delle sue infrastrutture, come preteso da Israele, fissando infine una nuova sessione di colloqui bilaterali a partire dalla settimana del 22 giugno per raggiungere un accordo globale. 

Il presidente libanese, Joseph Aoun, ha precisato che l’attuazione sarebbe potuta partire entro 24 ore dall’ok definitivo, definendo l’intesa “l’ultima possibilità per raggiungere un cessate il fuoco globale”.

Aoun ha rivelato il peso della diplomazia statunitense: “I negoziati sono stati molto difficili e sono ripresi dopo l’intervento del Segretario di Stato Marco Rubio. Il Libano fa affidamento sul ruolo del garante Usa, contiamo sul presidente Donald Trump e sulla sua amministrazione”. 

L’accordo è però nato monco. Hezbollah, che non ha preso parte ai colloqui, ha respinto fermamente l’intesa definendola, per bocca del Segretario generale Naim Qassem, “una resa e una sconfitta”.

Il gruppo ha informato ufficialmente il presidente Aoun della propria opposizione, dettando le proprie condizioni: “Qualsiasi accordo accettabile deve iniziare con il ritiro completo di Israele da tutto il territorio libanese. Consideriamo il ritorno degli sfollati, gli sforzi di ricostruzione e il rilascio dei prigionieri libanesi come condizioni essenziali per qualsiasi futuro accordo”.  

Le reazioni politiche sono caldissime anche all’interno del governo israeliano. Il falco Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale, ha espresso totale contrarietà: “Il cessate il fuoco è un grave errore e un’illusione. Lo Stato libanese è un partner di Hezbollah, ci sono suoi ministri nel governo. In pratica, Hezbollah diventerà solo più forte. Ci sono momenti in cui bisogna saper dire ‘no’ anche al presidente degli Stati Uniti”. 

Di parere opposto il ministro della Difesa Israel Katz, il quale ha invece rivendicato i successi ottenuti: “La dichiarazione riflette la realtà che abbiamo creato. Abbiamo promesso sicurezza agli abitanti del nord e l’abbiamo mantenuta. Per ora le truppe rimarranno nella zona di sicurezza e continueranno a smantellare le infrastrutture terroristiche”.  

Sulla stessa linea l’ambasciatore israeliano negli Usa, Yechiel Leiter: “Stati Uniti, Israele e Libano sono uniti nell’obiettivo di tenere l’Iran fuori dai giochi. Se Hezbollah pensa che i colloqui gli garantiscano l’immunità, si sbaglia”.