WASHINGTON - Non si placa la furia di Donald Trump dopo lo schiaffo ricevuto dalla Camera dei Rappresentanti.
Il voto sulla risoluzione promossa dai Democratici per congelare i fondi alla guerra in Iran e costringere il presidente a ritirare le truppe ha messo in evidenza le prime, pericolose crepe all’interno del Partito Repubblicano.
Il tycoon ha affidato al suo social network, Truth, un durissimo atto d’accusa contro i quattro deputati del suo stesso schieramento che hanno votato a favore del provvedimento insieme all’opposizione: “Dovrebbero vergognarsi di loro stessi. Chi farebbe una cosa così antipatriottica?“.
Il passaggio della risoluzione, con 215 voti favorevoli e 208 contrari, rappresenta un segnale d’allarme inedito per l’amministrazione. Dall’inizio dei raid contro l’Iran a fine febbraio, è infatti la prima volta che una misura di questo tipo riesce a superare il voto finale di una delle due Camere del Congresso.
Sebbene il percorso per costringere legalmente il Comandante in capo a fermare il conflitto sia ancora lungo e tortuoso, il testo si aggiunge a un’iniziativa simile avviata il mese scorso al Senato. L’irritazione di Trump non deriva tanto dagli effetti pratici immediati (disinnescabili con il potere di veto presidenziale), quanto dal danno d’immagine: il voto offusca la sua leadership internazionale e mostra un partito spaccato proprio mentre si cerca una via d’uscita dal conflitto.
La frattura interna al Congresso rispecchia un profondo malumore che attraversa l’opinione pubblica statunitense. La guerra con la Repubblica Islamica è sempre più impopolare tra i cittadini, preoccupati per l’esposizione dei soldati su un fronte lontano e, soprattutto, per i pesanti riflessi economici interni, come l’impennata dei costi del carburante e il rincaro della spesa quotidiana.
I sondaggi certificano lo scollamento: più della metà dei cittadini Usa oggi non approva il conflitto. Trump ha l’assoluta necessità di chiudere la partita il prima possibile, ma deve farlo da una posizione di forza e non da leader dimezzato.
I quattro deputati finiti nel mirino della Casa Bianca hanno motivazioni profonde e non sembrano intenzionati a fare passi indietro.
Il più battagliero è Thomas Massie del Kentucky, già eliminato dalle primarie di novembre a favore di un candidato sponsorizzato da Trump, e da un anno in rotta di collisione con il presidente su temi caldi come il maxi-piano economico “One Big Beautiful Bill” e la desecretazione dei file su Jeffrey Epstein. Dopo il voto ha ribadito su X che la Camera del popolo sta mandando il messaggio di porre fine a questa guerra.
C’è poi Tom Barrett del Michigan, veterano con oltre vent’anni di servizio nell’esercito statunitense, che ha giustificato la sua scelta definendo l’operazione in Iran una missione non chiaramente definita e senza una data di fine operazioni. Warren Davidson dell’Ohio, altro veterano di guerra, aveva invece già votato contro il conflitto a marzo insieme a Massie per poi riallinearsi temporaneamente al partito, ma oggi è tornato sulla linea del dissenso chiedendo massima trasparenza all’amministrazione.
Infine, Brian Fitzpatrick della Pennsylvania, ex agente dell’FBI ed ex procuratore federale, ha richiamato la centralità della Costituzione Usa, la quale assegna il potere di dichiarare guerra esclusivamente al Campidoglio. “Non vedo cosa ci sia di complicato — ha dichiarato Fitzpatrick, nel suo intervento in aula — Portiamo la questione al Congresso, discutiamone nel merito e votiamo. È così che dovrebbe funzionare il nostro sistema”.