EDIMBURGO - A qualche giorno dalla conclusione di Incontri: a Scots-Italian photographic archive, la mostra ospitata dall’Istituto Italiano di Cultura di Edimburgo dal 9 aprile al 15 maggio, resta il tentativo riuscito di raccontare la presenza italiana in Scozia andando oltre le narrazioni più sedimentate e riconoscibili dell’emigrazione italiana, aprendo invece lo sguardo verso una storia molto più ampia, frammentata e stratificata, fatta di memorie familiari, archivi dimenticati, fotografie anonime, professioni invisibili e identità che, nel tempo, si sono trasformate insieme al paesaggio scozzese.

Curata da Eleanor Summers in collaborazione con Derek Duncan, la mostra nasce all’interno di un progetto continuativo sviluppato insieme al Dipartimento di Italiano dell’Università di St Andrews, con il supporto dell’organizzazione scozzese EVOCS e dell’Istituto Italiano di Cultura di Edimburgo, e rappresenta l’ultima di una serie di esposizioni fotografiche dedicate alle storie italo-scozzesi realizzate nel corso degli ultimi due anni.

“Le narrazioni sugli italiani in Scozia sono spesso circoscritte alle storie più note e popolari”, ha spiegato Summers a Il Globo, riferendosi soprattutto a quell’immaginario consolidato che lega la presenza italiana alle gelaterie, ai fish and chips e alle attività commerciali costruite dagli emigrati italiani nel corso del Novecento. “Sono aspetti certamente importanti e fanno parte della realtà di molte famiglie italiane in Scozia, ma quello che volevamo fare era mettere in luce la grande diversità esistente all’interno della cosiddetta comunità italiana”. È proprio da questa esigenza che prende forma Incontri, il cui obiettivo non è soltanto documentare la presenza italiana sul territorio scozzese, ma interrogare il modo in cui quella presenza abbia modificato, influenzato e attraversato il paesaggio socio-culturale e materiale della Scozia, senza ridurre l’esperienza migratoria ad una narrazione unitaria o celebrativa.

Il lavoro curatoriale si è quindi concentrato sulla restituzione di una pluralità di esperienze spesso rimaste ai margini dei racconti ufficiali dell’emigrazione italiana. “Comunicare questa pluralità è stato possibile soprattutto grazie ai collaboratori italo-scozzesi che hanno condiviso con noi storie, fotografie e prospettive personali”, ha raccontato Summers, spiegando come alcune persone abbiano preso parte attivamente alla costruzione della mostra, arrivando persino a curare autonomamente alcuni pannelli espositivi attraverso fotografie di famiglia, testimonianze dirette e materiali custoditi privatamente per generazioni.

Accanto ai racconti più conosciuti, la mostra ha scelto così di focalizzarsi su esperienze spesso marginalizzate per motivi di classe, genere o geografia, dedicando spazio alle donne italiane durante la Seconda guerra mondiale, ai lavoratori temporanei e persino agli italiani stabilitisi nelle isole Orcadi, nel nord estremo della Scozia. “Io stessa non sapevo che esistesse una presenza italiana così a nord del paese”, ha ammesso la curatrice.

La struttura della mostra non segue rigidamente un criterio cronologico, ma si costruisce attraverso connessioni tematiche e narrative che attraversano luoghi, esperienze, professioni e periodi storici differenti, restituendo il senso di una comunità dinamica e non omogenea. Parrucchieri, artisti, operai ferroviari, artigiani e lavoratori migranti convivono così all’interno dello stesso percorso espositivo, nel tentativo di mostrare non soltanto le differenze, ma anche i legami che attraversano queste esperienze. “Pur nella grande varietà delle storie raccontate, per noi era importante mostrare anche i fili comuni che collegano queste vite”, ha spiegato Summers.

Tra le storie che più hanno colpito la curatrice durante il lavoro di ricerca vi è quella degli operai italiani impegnati, alla fine dell’Ottocento, nella costruzione del Forth Railway Bridge, oggi patrimonio UNESCO e all’epoca uno dei ponti più grandi al mondo. Attraverso la consultazione di registri storici che documentavano incidenti, feriti e morti avvenuti durante i lavori, Summers ha individuato diversi nomi italiani, spesso trascritti con errori, tra cui Angelo Rossi, Giovanni Pordan e Nicolai Liberale. Alcuni furono feriti in un’esplosione, mentre Liberale morì colpito da una gru in movimento. “Questi operai lavoravano nei cassoni di fondazione, quindi sott’acqua e in condizioni estremamente pericolose”, ha spiegato.

Parallelamente, la ricerca ha portato alla scoperta della figura di Candida Bartolucci, figlia di un patriota italiano e della nobildonna scozzese Clementina Dundas, ricordata per essere stata la prima persona a guidare una locomotiva attraverso il ponte. La forza del pannello dedicato a questa vicenda emerge anche dal contrasto visivo tra le fotografie: da una parte i ritratti elaborati di Bartolucci, chiaramente protagonista della scena, dall’altra le immagini degli operai italiani ridotti a piccole figure anonime all’interno del paesaggio industriale. “Le immagini mostrano chiaramente una profonda differenza di classe e di visibilità sociale”, ha osservato Summers.

Il lavoro di ricostruzione storica si è sviluppato attraverso una ricerca archivistica estesa che ha coinvolto censimenti, archivi giornalistici e raccolte fotografiche private. “Le fotografie sono state condivise con noi dai collaboratori e poi, per arricchire le informazioni, abbiamo approfondito le ricerche negli archivi storici”, ha spiegato la curatrice, sottolineando anche il contributo della scrittrice e storica Norma Alari, autrice del libro The Italians of West Fife, che ha collaborato al progetto. “Io sono molto appassionata di archivi, quindi è stato un lavoro intenso ma anche molto stimolante”.

Tra i temi affrontati dalla mostra vi è inevitabilmente anche quello dell’Arandora Star, il piroscafo britannico affondato nel 1940 mentre trasportava internati italiani verso il Canada, tragedia che segnò profondamente la comunità italiana in Scozia e nel Regno Unito. Tuttavia, anche in questo caso, Incontri evita una lettura esclusivamente commemorativa o isolata dell’evento. “Non volevamo che diventasse l’unica lente attraverso cui leggere questa storia”, ha spiegato Summers. La mostra si concentra infatti soprattutto sulle tracce lasciate dalla tragedia nel paesaggio e nella memoria collettiva, attraverso fotografie di memoriali, tombe presenti sulle isole scozzesi e immagini delle commemorazioni ancora oggi organizzate.

Tra i materiali esposti compare anche la fotografia di una scialuppa di salvataggio dell’Arandora Star ancora visibile su una spiaggia scozzese, ormai quasi assorbita dalla sabbia. “È un’immagine molto simbolica”, ha detto la curatrice, “perché il ricordo della tragedia continua a lasciare tracce nel paesaggio naturale e culturale”. L’Arandora Star emerge inoltre indirettamente in altre sezioni della mostra, come quella dedicata all’artista Eduardo Paolozzi, che perse il padre, lo zio e il nonno nel naufragio, o quella sul cantante d’opera napoletano Enrico Muzio, morto a bordo della nave e ritrovato sull’isola di Barra.

Dalle immagini raccolte in Incontri emerge così il ritratto di una comunità profondamente eterogenea, lontana dall’idea di un’identità compatta e immutabile. “Quando si parla degli italiani in Scozia ci si focalizza soprattutto sulle attività alimentari e commerciali, ma in realtà gli italiani hanno contribuito in molti altri ambiti: nell’architettura, nel paesaggio, nella cultura materiale della Scozia”, ha spiegato Summers, aggiungendo che la mostra cerca soprattutto di mostrare “molteplici modi di appartenere alla Scozia”.

Una riflessione che si estende anche al presente e alla relazione tra la comunità storica e quella più recente degli italiani arrivati negli ultimi anni. “Quando si parla della comunità italo-scozzese ci si concentra quasi sempre sulla comunità storica, senza includere gli italiani arrivati più recentemente in Scozia”, ha osservato la curatrice. Per questo motivo la mostra include anche una sezione intitolata Expats, dedicata alle migrazioni contemporanee e alle nuove professionalità presenti oggi nel paese. “Esiste quasi una divisione tra queste due realtà”, ha spiegato Summers. “La comunità storica non sempre si sente vicina alla realtà degli italiani arrivati oggi, e allo stesso tempo la comunità contemporanea spesso non si riconosce pienamente in quella storia”.

Conclusasi il 15 maggio, Incontri non rappresenta tuttavia la fine del progetto. Il team curatoriale sta infatti lavorando alla realizzazione di una versione digitale della mostra, che raccoglierà pannelli e materiali online, oltre alla possibile pubblicazione di un libro sviluppato insieme al professor Derek Duncan. “Questa è stata la mostra più grande che abbiamo realizzato finora”, ha concluso Summers. “E crediamo che emergeranno ancora molte altre storie”.