TEL AVIV - A urne chiuse, nessuna maggioranza è emersa dal voto in Israele. Secondo gli ultimi dati provenienti dalla Comissione elettorale centrale, relativi a circa un terzo delle schede scrutinate, il Likud di Benjamin Netanyahu avrebbe conquistato 27 seggi, mentre Yashar di Gadi Eisenkot si sarebbe fermato a 21. 

Confermato il boom dei partiti arabi, segnalato già dai primi exit poll: si aggiudicherebbero 12 seggi con  la Lista Unita (raggruppamento di tre fazioni) e Ra’am di Mansour Abbas altri 7. Il blocco dei Partiti che sorreggono il governo Netanyahu potrebbe contare su 53 seggi alla Knesset, ben lontano dai 61 necessari per poter raggiungere la maggioranza assoluta. Il blocco delle formazioni antigovernative che si sono riunite attorno al nome di Gadi Eisenkot, invece, raccoglierebbero solo 48 seggi.

Le prime dichiarazioni dei leader politici si sono basate inevitabilmente sui risultati degli exit poll pubblicati subito dopo la chiusura dei seggi, che davano il Likud a 24 seggi e Yashar a 22 ma prevedevano che la coalizione anti-Netanyahu sopravanzasse quella governativa con 52 seggi contro 50.

“I risultati preliminari indicano una totale sfiducia nei confronti di Netanyahu e del governo del 7 ottobre. Se questi saranno i risultati definitivi, agirò immediatamente per sostituire il governo Netanyahu”, ha dichiarato Eisenkot nel suo primo commento.

Anche il leader dei democratici, Yair Golan, ha commentato: “L’opinione pubblica ha espresso la sua voce, ha cacciato il governo Netanyahu. Abbiamo ricevuto un’opportunità storica per formare un governo del cambiamento autentico in Israele e non intendiamo rinunciarvi. Siamo pronti a lavorare con tutti i nostri partner, a colmare le divergenze e ad assumere le responsabilità. Il pubblico ha espresso la sua voce. Ora tocca a noi fare il lavoro”. 

Gelido, dal canto suo, il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, per il quale “i festeggiamenti della sinistra sono prematuri”. Per poi sottolineare che “una cosa appare piuttosto chiara, il Likud è il primo partito in Israele”.

Alcune ore dopo, è arrivato anche il primo commento a caldo di Benjamin Netanyahu. “Stiamo aspettando ancora i risultati finali, ma si sono chiarite due cose finora: il Likud è il partito più grande d’Israele. I canali della propaganda ci davano 19 seggi, e sapevano di stare mentendo, volevano deprimere il voto. La seconda cosa è che la coalizione ha una maggioranza. E per questo dobbiamo formare un ampio governo di destra nazionale e fare di tutto perché non venga formato un governo con il sostegno dei partiti arabi”, ha detto il primo ministro.

In questo 27 ottobre, come in un gesto catartico collettivo, gli elettori si sono riversati in massa nei seggi fin dalla mattina alle sette per scegliere il futuro di Israele. Lunghe file, alluvione al sud, strade chiuse per il maltempo, tempesta di fulmini in centro, forte pioggia a Gerusalemme non hanno frenato l’urgenza degli israeliani di voltare pagina. Tutta la speranza di uscire da un incubo che va avanti da tre anni, affidato a una piccola scheda imbucata in una scatola di cartone azzurro. Come in una magia.

Fin dai primi dati sull’affluenza, pubblicati dalla Commissione elettorale centrale dopo due ore dall’apertura delle urne, è emersa l’imponente partecipazione al voto. Con rilevazioni che ogni due ore hanno segnato il superamento del dato del 1981, del 1977, e del 1973, anno in cui la Commissione ha iniziato a registrare i dati. 

Altissima la presenza alle urne degli arabi-israeliani, che rappresentano il 18% dell’elettorato del Paese, con le comunità beduine del Negev che hanno fatto registrare una partecipazione più alta che in diverse altre cittadine a maggioranza ebraica o ultraortodossa. Sui social e in Tv centinaia di filmati hanno mostrato file di donne con l’hijab nero con la scheda in mano, pronte a votare.

Un’immagine inusuale, anzi assente nel resto del Medio Oriente. Dove, su 319 milioni di abitanti dei Paesi arabi, gli unici ad avere regolare diritto di voto sono gli arabo-israeliani. 

Mansour Abbas, leader di Ra’am ha già mandato un messaggio: “Trasformeremo questo peso elettorale in una forza politica influente. Noi ci siamo, non stiamo a guardare da bordo campo”. 

Netanyahu aveva affrontato la giornata campale inondando i social con una valanga di post. Tirando fuori dal cassetto una strategia già utilizzata nelle elezioni del 2022, il premier uscente aveva lanciato l’allarme: “Stanno cercando di rubarci le elezioni”. 
“Affluenza alle urne superiore alla norma nelle roccaforti della sinistra. Si tratta di una scelta tra la destra e la Palestina. Elettori di destra, è un’emergenza! Andate subito a votare per il Likud!”. 

In pressing sull’elettorato ha citato l’arresto di tre membri del partito arabo Ra’am che avevano buste con contanti per influenzare il voto. Poi ha pubblicato un video: “Siete avvertiti: l’affluenza tra gli elettori arabi al sud è enormemente più alta di quella degli ebrei, dovete andare a votare! Portare la nonna, la zia, il vicino, niente mare o barbecue oggi”.

I toni drammatici di Bibi, da veterano avvezzo alle sceneggiature della politica, quasi stridono in confronto alla misura dell’avversario. 
Eisenkot, ex capo dell’esercito, un carisma pari a zero, a suo agio lontano dai riflettori, prima di recarsi alle urne ha scelto di far visita al kibbutz di Nir Oz, dove il 7 ottobre 2023 i terroristi di Gaza hanno ucciso 47 persone e preso in ostaggio altre 76.

Ad accompagnarlo c’era Gadi Mozes, un agricoltore del kibbutz che fu trascinato da Hamas nella Striscia e venne rilasciato dopo 482 giorni di cattività. “Mi impegno a fare tutto il possibile per garantire di essere degni del prezzo che avete pagato”, ha detto Eisenkot.
Poi, prima di votare, ha raggiunto il cimitero militare di Herzliya, dove è sepolto il figlio Gal, ucciso in guerra a Gaza. 

La Commissione elettorale si era riunita brevemente intorno alle 7 di sera per rispondere alla petizione del Likud che chiedeva un prolungamento dell’orario di voto. La richiesta è stata respinta.