PECHINO – All’hotel Jingxi di Pechino, imponente struttura in stile sovietico sotto gestione dell’amministrazione militare, è scattata una settimana politica cruciale per la Cina di Xi Jinping.
Fino a giovedì la cupola del Partito Comunista al potere resterà infatti impegnata in una riunione di alto profilo, organizzata rigorosamente a porte chiuse: una sessione cui il leader cinese ha affidato un compito preciso, cioè gettare le basi per una stretta alla governance interna.
In linea con la sua crociata anti-corruzione avviata da anni, e con lo sguardo già puntato sul congresso in programma l’anno prossimo, quando Xi, con ogni probabilità, vedrà rinnovato il suo mandato alla guida del partito.
Rispetto a ciò che sta accadendo in questo plenum del Comitato centrale del Pcc, poco o nulla traspare. Perché i lavori avanzano in un clima di massimo riserbo, con il Jingxi, già in passato più volte scenario di importanti riunioni di apparato, blindato da forti misure di sicurezza. L’orientamento dato al vertice appare però chiaro dai resoconti delle fonti ufficiali.
Xi Jinping, riporta l’agenzia statale Xinhua, ha infatti aperto la sessione plenaria illustrando “una bozza di decisione del Comitato centrale” con misure volte a “rafforzare l’autogoverno rigoroso e a tutto campo” del partito. Una questione considerata fondamentale per affrontare le “nuove circostanze” e le “numerose sfide” cui far fronte, ha proseguito il leader cinese. Che solo pochi giorni fa, in un altro intervento, aveva parlato della necessità di “essere pronti ad affrontare in qualsiasi momento” le “tempeste” che scuotono la realtà “sia sul fronte internazionale sia sul fronte interno”.
Come spiega la stessa Xinhua in un commento alle ultime parole di Xi, l’obiettivo è dunque quello di rendere il Pcc più “solido” nel percorrere la strada verso la “modernizzazione” che il Paese deve seguire secondo la sua cupola di comando, già tracciata nel piano quinquennale 2026-2030. In cui la sicurezza nazionale e l’autosufficienza tecnologica sono indicati come concetti di massima priorità.
Per dirla in un altro modo, stando alle analisi provenienti da Pechino, il presidente cinese crede necessario aumentare la compattezza interna del Pcc per poter scongiurare elementi di debolezza che mettano a rischio la sua leadership. Ed è per questo che ora punta a rilanciare un cavallo di battaglia classico, quello della lotta senza quartiere ai fenomeni di corruzione condotta già dal 2012, anno della sua ascesa alla guida del Partito Comunista: una campagna che ha portato nel tempo a numerose espulsioni di funzionari locali, ministri, dirigenti di imprese statali e ufficiali militari, ultime delle quali quelle degli ex alti vertici delle forze armate Zhang Youxia e Liu Zhenli a settembre.
Questa linea emerge chiaramente da un discorso di Xi risalente a gennaio scorso, ripreso apparentemente non a caso dai media statali nelle ore precedenti al plenum in corso, nel quale il leader cinese si scagliava con parole molto dure contro funzionari “doppiogiochisti”, che sembrano conformarsi alle direttive centrali ma “oppongono resistenza interiormente”, perseguono “l’individualismo” e agiscono per “opportunismo politico”.