TEL AVIV - A meno di tre settimane dalle elezioni, il 7 ottobre 2023 continua a pesare in modo decisivo sulla politica israeliana. Secondo un sondaggio dell’Israel Democracy Institute, il 62% degli elettori considera l’attacco di Hamas un fattore molto o abbastanza importante nella scelta del partito da votare il prossimo 27 ottobre.
Tra gli israeliani ebrei la percentuale sale al 68%, mentre tra gli arabi si ferma al 32%.
Il voto sarà il primo dopo l’attacco e dopo tre anni di guerra che hanno profondamente segnato il Paese. Per gli elettori ebrei, politica estera e sicurezza restano il principale criterio di scelta; tra gli arabi, invece, al primo posto c’è la criminalità all’interno della comunità araba. Il sondaggio registra anche un calo dell’ottimismo sul futuro della democrazia, della sicurezza nazionale, dell’economia e della coesione sociale.
Il tema del 7 ottobre attraversa direttamente lo scontro tra governo e opposizione. I partiti contrari a Benjamin Netanyahu accusano l’esecutivo di essere responsabile delle falle che hanno preceduto l’attacco e di non averne assunto pienamente la responsabilità, ricordando anche il rifiuto di istituire una commissione statale d’inchiesta.
Netanyahu ha invece più volte attribuito parte delle responsabilità ai vertici della sicurezza e insiste sui risultati militari ottenuti da Israele nei tre anni di guerra.
La partita elettorale resta però estremamente frammentata. In Israele il premier non viene eletto direttamente: gli elettori scelgono le liste per la Knesset e per governare servono almeno 61 seggi su 120.
Netanyahu, alla guida del partito Likud, punta a ricostruire una maggioranza con i tradizionali alleati religiosi e della destra. Sul fronte opposto, una delle figure centrali è Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore ed ex membro del gabinetto di guerra formato dopo il 7 ottobre.
Un sondaggio pubblicato questa settimana da Channel 12 assegna 49 seggi al blocco disposto a sostenere un governo Netanyahu e 67 alle forze contrarie al premier.
Il dato, tuttavia, non si traduce automaticamente in una maggioranza alternativa: otto di quei seggi appartengono alla Joint List e cinque a Ra’am, due formazioni arabe con le quali Eisenkot e Naftali Bennett hanno dichiarato di non voler costruire un governo. Altri quattro seggi andrebbero al partito dei Reservists, che punta a svolgere un ruolo di mediazione tra i due schieramenti.
A rendere ancora più delicata la campagna è l’allarme sicurezza lanciato dal capo dello Shin Bet, David Zini, che ha avvertito che Hamas potrebbe tentare un attacco o il rapimento di soldati in prossimità delle elezioni o subito dopo.
Secondo quanto riferito ai ministri del gabinetto, il gruppo starebbe cercando di reclutare uomini e ricostruire parte del proprio arsenale, pur disponendo di capacità molto inferiori rispetto a quelle precedenti alla guerra.
Anche Netanyahu ha sostenuto che Hamas potrebbe tentare di colpire Israele per influenzare il voto, ma ha assicurato che le forze di sicurezza sono preparate.
Il capo di Stato maggiore Eyal Zamir ha definito le prossime settimane un periodo particolarmente sensibile, mentre l’intelligence militare ha riferito che il 95% dei tunnel individuati nell’area compresa tra la cosiddetta Linea Gialla e il confine è stato distrutto.
Il voto del 27 ottobre non determinerà soltanto la composizione della prossima Knesset, ma misurerà anche quanto il trauma dell’attacco continui a orientare le scelte degli israeliani e a condizionare il futuro politico di Netanyahu e di tutta la regione medio orientale.