VATICANO – Due donne manager internazionali under 40 entrano nel Consiglio per l’Economia della Santa Sede.
Sono Gisela Liechtenstein ed Elena Wettstein Principato, laiche, scelte da Papa Leone XIV nell’ambito del rinnovo dell’organismo chiamato a vigilare sulle strutture e sulle attività amministrative e finanziarie vaticane. Una decisione che rafforza una tendenza ormai visibile nel pontificato: affidare alle donne responsabilità sempre maggiori nei luoghi in cui si prendono decisioni economiche, amministrative e di governo.
La nuova composizione del Consiglio è stata annunciata oggi, martedì 11 agosto, dalla Sala Stampa della Santa Sede. Insieme alle due manager sono stati nominati i cardinali Grzegorz Ryś, arcivescovo di Cracovia, Ladislav Nemet, arcivescovo di Belgrado, Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri, e Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa.
Tra i nuovi membri laici figurano inoltre Denis Duverne, presidente del Consiglio di sorveglianza della Fondation pour la recherche médicale, e Paolo Nusiner, direttore generale per gli Affari generali del dicastero per la Comunicazione. Il cardinale Reinhard Marx è stato confermato coordinatore dell’organismo.
A richiamare maggiormente l’attenzione sono però i profili delle due nuove componenti più giovani.
Gisela Liechtenstein è nata nel 1990 a Feldkirch, in Austria. Laureata in Ingegneria ambientale al Politecnico federale di Zurigo, ha maturato esperienze nell’investment banking e nell’ingegneria tra Londra, Canada, Singapore e Svizzera. Oggi è amministratore delegato di Industrie und Finanzkontor Etablissement.
Elena Wettstein Principato, nata a Roma nel 1987, è invece laureata in Economia a Roma Tre, con specializzazione in contabilità e analisi finanziaria. La sua carriera si è sviluppata nel wealth management e nei servizi finanziari tra Italia, Stati Uniti e Svizzera. Attualmente è responsabile della Gestione delle Vendite Europe International di Ubs Group Ag.
Le nomine si inseriscono in un processo iniziato durante il pontificato di Francesco e che Leone XIV ha scelto di proseguire, portando progressivamente donne laiche e religiose in posizioni un tempo quasi esclusivamente maschili.
Uno degli esempi più recenti è suor Alessandra Smerilli. Il 30 giugno Leone XIV l’ha nominata prefetto del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, dove già ricopriva il ruolo di segretario. La religiosa salesiana assumerà formalmente la guida del dicastero dal primo settembre.
Il Pontefice di voler cdi voler continuare sulla strada tracciata da Francesco nell’affidare alle donne incarichi di leadership nella Chiesa.
A febbraio Leone XIV aveva inoltre nominato suor Simona Brambilla (ex superiora delle Missionarie della Consolata) membro del dicastero per i Vescovi, uno degli organismi più delicati della Curia, perché partecipa al processo che porta alla scelta dei nuovi vescovi. Brambilla era già diventata nel gennaio 2025 la prima donna prefetto di un dicastero della Santa Sede, quello per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica.
In quello stesso dicastero per i Vescovi siedono anche suor Raffaella Petrini e l’argentina María Lía Zervino, nominate da Francesco nel 2022 e confermate da Leone XIV. Fu una svolta storica: per la prima volta delle donne entravano nell’organismo che partecipa alla selezione dei futuri pastori delle diocesi.
Petrini occupa oggi anche una delle posizioni amministrative più importanti dell’intero Vaticano. Dal primo marzo 2025 è presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano e presidente del Governatorato, prima donna nella storia a raggiungere il vertice della struttura amministrativa dello Stato vaticano.
Il quadro che emerge è dunque quello di una Chiesa che, almeno nelle sue strutture di governo, sta progressivamente ampliando gli spazi affidati alle donne. Ma proprio questa trasformazione rende ancora più evidente un contrasto che il Vaticano conosce da anni: mentre alcune donne raggiungono i vertici, molte altre – in particolare religiose – hanno denunciato una condizione di lavoro scarsamente riconosciuto e spesso considerato quasi naturalmente gratuito.
Resta poi aperto il nodo del sacerdozio, su cui lo stesso Francesco non ha mai dato segnali di apertura.
La questione esplose pubblicamente già nel 2018 grazie a un’inchiesta di “Donne Chiesa Mondo”, il mensile femminile dell’Osservatore Romano. La denuncia riguardava religiose impiegate nelle abitazioni di vescovi e cardinali per cucinare, pulire, servire a tavola e occuparsi delle necessità domestiche, con condizioni spesso molto diverse da quelle riconosciute a un normale lavoratore. Al centro della critica c’era proprio la confusione tra la vocazione al servizio religioso e la gratuità del lavoro.
Una realtà radicata in consuetudini antiche: religiose con formazione, competenze e talvolta titoli universitari destinate per anni a mansioni domestiche, senza che il loro lavoro ricevesse necessariamente un riconoscimento economico, professionale o sociale adeguato.
La parola “servizio”, in quel dibattito, diventò così centrale. Servire nella Chiesa non significa necessariamente fare “le serve”. Ed è proprio su questa distinzione che le denunce hanno cercato negli anni di aprire una breccia in un sistema nel quale il lavoro femminile, soprattutto quello svolto dalle religiose, è stato spesso percepito come un’estensione naturale della loro vocazione.
Il tema non è scomparso. Nel febbraio di quest’anno “Donne Chiesa Mondo” è tornato più in generale sulla divisione del lavoro, sul lavoro di cura non retribuito e sulle disuguaglianze economiche che continuano a colpire soprattutto le donne, ricordando quanto il riconoscimento del lavoro femminile resti una questione aperta anche per la riflessione della Chiesa.
È dentro questa contraddizione che acquistano un significato particolare le ultime decisioni di Leone XIV. Da una parte una principessa del Liechtenstein con esperienza nell’investment banking e una manager di UBS vengono chiamate a contribuire alle scelte economiche della Santa Sede; dall’altra resta la memoria, e in parte l’eredità, di una struttura ecclesiastica nella quale per generazioni altre donne hanno lavorato lontano dai luoghi decisionali, occupandosi delle cucine, delle case e della quotidianità del clero.
Il cambiamento ai vertici è quindi evidente, ma non esaurisce la questione femminile nella Chiesa.
Francesco aveva aperto porte fino a quel momento considerate difficilmente accessibili, affidando alle donne responsabilità nel Governatorato, nei dicasteri e perfino nel processo di selezione dei vescovi. Leone XIV sembra voler proseguire sulla stessa strada: prima Brambilla, poi Smerilli e ora le due manager chiamate nel Consiglio per l’Economia.
La sfida, però, sarà misurare questo cambiamento non soltanto contando quante donne arrivano ai vertici della Curia, ma verificando se lo stesso principio di dignità, responsabilità e riconoscimento professionale raggiunga anche quelle che continuano a occupare i gradini meno visibili della struttura ecclesiastica.
Perché tra una donna che entra nella stanza dove si decidono le strategie economiche del Vaticano e una religiosa che prepara il pranzo nella casa di un prelato passa una distanza enorme. Ed è anche sulla capacità di ridurre quella distanza che si misurerà la reale portata del cambiamento.