WASHINGTON - Resta incendiario lo scenario in Medio Oriente, sospeso tra proclami di vittoria, minacce di un’estensione globale del conflitto e frenetici tentativi di mediazione.  

Parlando sul prato sud della Casa Bianca durante l’annuale picnic per i membri del Congresso e le loro famiglie, il presidente statunitense Donald Trump ha tracciato un bilancio delle operazioni militari, rivendicando il successo delle forze alleate: “In Iran abbiamo fatto un lavoro eccezionale, abbiamo spazzato via la loro Marina e non permetteremo che abbiano armi nucleari. Penso che concluderemo questa guerra molto rapidamente e spero che lo faremo in modo molto piacevole”.  

Il presidente Usa ha poi rivelato un importante retroscena tattico: “Abbiamo fermato un attacco previsto per lunedì, anche grazie alla mediazione decisiva dei Paesi del Golfo. Tuttavia, le nostre truppe rimangono in stato di massima allerta”. 

La risposta di Teheran non si è fatta attendere. I Guardiani della Rivoluzione Islamica (Pasdaran) hanno lanciato un avvertimento diretto e formale a Washington e Tel Aviv, avvisando che un’eventuale ripresa dei bombardamenti provocherà una reazione a catena incontrollabile.  

“Se l’aggressione statunitense-israeliana contro l’Iran si ripeterà, la guerra si estenderà oltre i confini della regione”, hanno dichiarato i Pasdaran tramite i media ufficiali iraniani, adottando un tono fortemente bellicoso. “Il nemico parla ancora una volta di minacce. Noi siamo uomini di guerra: la nostra forza si vede sul campo di battaglia e non nelle vuote dichiarazioni o nei profili virtuali”. 

Mentre il fronte mediorientale rischia l’escalation, da Pechino arriva la ferma condanna di Vladimir Putin e Xi Jinping. Al termine dei loro colloqui bilaterali, i leader di Russia e Cina hanno rilasciato una dura dichiarazione congiunta, pubblicata sul sito del Cremlino, accusando direttamente gli Stati Uniti e Israele di violare il diritto internazionale e minare l’ordine mondiale nato dopo la Seconda Guerra Mondiale.  

Nel documento si criticano aspramente “azioni quali il lancio sleale di attacchi militari, l’uso ipocrita dei negoziati come copertura, l’assassinio di rappresentanti di Stati sovrani e la provocazione di cambi di potere”. Quasi in contemporanea, Mosca ha cercato di accreditarsi come mediatore per una de-escalation: il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha infatti annunciato che la Russia è “pronta a fornire tutta l’assistenza possibile per la risoluzione del conflitto militare tra Stati Uniti e Iran”. 

Sul piano delle trattative concrete, il ministro degli Interni pakistano, Mohsin Naqvi, si è recato oggi a Teheran per la seconda volta in una settimana. Riferito dalle agenzie Irna, Tasnim e Irib, il viaggio punta a rilanciare i negoziati di pace tra Washington e la Repubblica Islamica, attualmente in una fase di totale stallo.  

Nel frattempo, gli occhi del mondo restano puntati sullo Stretto di Hormuz, l’arteria marittima dove transita circa un quinto del petrolio globale. Il corridoio resta ad altissimo rischio dopo mesi di attacchi a navi commerciali e accuse reciproche tra Iran e Stati Uniti. La tensione è palpabile: proprio nelle ultime ore le autorità di Seul hanno confermato di stare monitorando con massima allerta il passaggio di una petroliera sudcoreana nello stretto, nel timore di ritorsioni o blocchi energetici da parte di Teheran. 

A complicare il quadro emergono clamorose rivelazioni di intelligence diffuse dal New York Times. Secondo il quotidiano statunitense, Washington e Tel Aviv avrebbero accarezzato l’ambizioso piano di sostituire l’attuale leadership della Repubblica Islamica, avviando contatti e chiedendo una consulenza persino all’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. 

La strategia geopolitica sarebbe però fallita nelle primissime battute del conflitto. Durante il primo giorno di guerra, un bombardamento israeliano ha colpito proprio l’abitazione di Ahmadinejad a Teheran, ferendolo: l’obiettivo del raid era liberarlo dagli arresti domiciliari a cui era sottoposto ma, secondo le fonti del quotidiano, l’esito dell’operazione ha spinto l’ex presidente a “cambiare radicalmente idea” sulla sua disponibilità a collaborare per un cambio di regime.