WASHINGTON - I negoziati per mettere fine alla guerra tra Stati Uniti e Iran sono entrati in una fase caldissima e ad altissima tensione. Dopo sei settimane di tregua dall’operazione statunitense Epic Fury, i colloqui di pace guidati dalla mediazione del Pakistan sembrano a un bivio decisivo.
Da un lato, fonti diplomatiche riferiscono ad Al-Arabiya e Al-Hadath che si sta lavorando alla stesura finale di un accordo di pace a Islamabad (un nuovo round potrebbe tenersi subito dopo l’Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca previsto tra il 25 e il 30 maggio). Dall’altro, i leader delle due superpotenze continuano a scambiarsi pesanti minacce militari.
Il presidente Usa Donald Trump, parlando ai cronisti prima di partire per la base Andrews, ha ammesso di aver sfiorato la ripresa dei bombardamenti, rivelando poi di aver bloccato l’ordine di attacco all’ultimo minuto (era a “un’ora dal via”) su esplicita richiesta dei Paesi arabi del Golfo. Una scelta accolta con favore dal ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan, che ha elogiato la decisione di dare più tempo alla diplomazia.
Trump, inoltre, ha assicurato di avere pieno controllo sulle iniziative del premier israeliano Benjamin Netanyahu: “Farà tutto quello che gli dirò di fare”, ha assicurato alla stampa. “È un bravissimo uomo, un grande per me”, ha insistito il tycoon, “È un premier di guerra”, ha ricordato.
La risposta dell’Iran non si è fatta attendere. Il regime teocratico accusa Trump di usare i negoziati come paravento per preparare una nuova ondata di raid. Il presidente del Parlamento e capo negoziatore iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha avvertito in un messaggio audio che “le mosse evidenti e nascoste del nemico dimostrano che gli Usa si preparano a colpire”.
Ancor più duri i Pasdaran, che hanno minacciato che “se l’aggressione contro l’Iran si ripeterà, questa volta la promessa guerra regionale si estenderà oltre i confini del Medio Oriente”, si legge in una nota ufficiale dei Guardiani della Rivoluzione.
Nel frattempo, nel secondo anniversario della morte dell’ex presidente Ebrahim Raisi, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha esaltato la linea dura: “Oggi siamo di fronte alle imprese eroiche del popolo iraniano nella sua resistenza storica senza pari contro due eserciti terroristici globali (USA e Israele)“.
Il Pakistan si conferma l’unico vero canale diplomatico e l’ospite dei colloqui di pace. Il ministro dell’Interno pakistano, Mohsin Naqvi, è arrivato a Teheran per una serie di incontri bilaterali. Secondo indiscrezioni, il capo di Stato maggiore dell’esercito pakistano, Asim Munir, potrebbe atterrare a sorpresa nella capitale iraniana per presentare la bozza finale dell’intesa.
I nodi da sciogliere restano enormi. L’Iran ha presentato una nuova offerta che ricalca però i punti già respinti da Trump, a partire dal controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz e dal ritiro delle truppe statunitensi dalla regione. La proposta di Teheran include inoltre la richiesta del risarcimento dei danni di guerra, insieme allo sblocco dei beni congelati e alla revoca totale delle sanzioni.
Dall’inizio della campagna militare austro-israeliana a febbraio, l’Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz a quasi tutte le navi, provocando il più grande shock energetico della storia recente (gli Usa hanno risposto ad aprile bloccando i porti iraniani). Teheran punta a riaprire lo stretto solo ai Paesi “amici” (come la Cina, che ha appena ottenuto il transito di due superpetroliere cariche di 4 milioni di chili di greggio), ipotizzando il pagamento di una tassa di transito che Washington considera “inaccettabile”. Anche se il traffico è raddoppiato la scorsa settimana (54 navi transitate secondo Lloyd’s List), i numeri sono una frazione rispetto a prima della guerra.