ROMA - C’è una data cerchiata in rosso nel calendario del Partito democratico: il 13 marzo 2027, giorno in cui scadrà il mandato di Elly Schlein, insediata quattro anni prima dopo la vittoria alle primarie contro Stefano Bonaccini e l’assemblea alla Nuvola dell’Eur.
Per la prima volta nella storia del Pd si pone quindi il tema di una proroga del mandato del segretario. In passato non era mai accaduto: da Walter Veltroni a Pier Luigi Bersani, da Matteo Renzi a Nicola Zingaretti, tutti i leader dem si erano dimessi prima della scadenza, per sconfitte elettorali o logoramenti interni.
Nel partito, al momento, nessuno sembra voler mettere in discussione Schlein, spiegano fonti parlamentari dem, e non sarebbe nell’aria la richiesta di un vero congresso, né di un passaggio politico che rimetta in gioco la guida del Nazareno.
Resta però il nodo tecnico. Una strada possibile sarebbe un voto dell’assemblea per autorizzare la deroga, e i numeri di cui Schlein dispone in assemblea la metterebbero al riparo da sorprese.
L’ipotesi di un congresso vero, in cui la segretaria potesse rafforzare ulteriormente la propria leadership in vista delle politiche, era circolata tra gli esponenti più vicini a Schlein qualche mese fa, ma allora le elezioni apparivano più lontane e il tema delle primarie di coalizione non era ancora esploso.
Oggi, con il voto politico all’orizzonte e il campo largo ancora da definire, quella strada appare impraticabile.
La questione dell’assemblea torna però per una coincidenza di calendario. Da statuto, l’assise del Pd andrebbe convocata sei mesi prima della scadenza del mandato, quindi il 13 settembre, lo stesso giorno in cui si concluderà la Festa nazionale dell’Unità a Reggio Emilia, con l’intervento finale proprio di Schlein. Potrebbe essere quella l’occasione per chiarire il percorso verso le elezioni, comprese le primarie di coalizione.
Finora la linea della segretaria è stata netta: il candidato premier sarà chi vincerà eventuali primarie del campo largo o, in assenza di consultazione, chi prenderà un voto in più alle elezioni. Ma il tema resta sensibile, anche alla luce della riforma elettorale e dell’indicazione del premier nel programma depositato con le liste.
Dentro il Pd non mancano i dubbi. Roberto Speranza ha proposto di congelare i gazebo, prendendo in contropiede anche la maggioranza interna di cui fa parte.
La sinistra dem ha chiarito che la sua non era una posizione concordata né condivisa, ma il tema esiste: molti temono che un confronto diretto tra Schlein e Giuseppe Conte possa indebolire una coalizione ancora fragile.
A pesare sono anche le uscite degli alleati. L’ultima presa di posizione di Conte sul woke è stata letta da diversi dem come un messaggio diretto alla segretaria e anche Alleanza Verdi e Sinistra invita alla prudenza. “Le primarie non sono il diavolo, ma devono essere precedute da una chiara intesa programmatica”, afferma Angelo Bonelli, che propone provocatoriamente di candidare “un partigiano o una partigiana” o il presidente di un comitato dei familiari delle vittime delle stragi fasciste.
Nel fronte di chi solleva dubbi si iscrive Michele De Pascale. Il presidente dell’Emilia-Romagna ribadisce che “non bisogna avere paura delle primarie”, ma ammette che, se si facesse un sondaggio tra gli elettori del centrosinistra, probabilmente prevarrebbe una posizione contraria.
Anche Stefano Bonaccini, presidente del partito, mette un “se” davanti all’ipotesi dei gazebo: prima, dice, va costruito il perimetro della coalizione attorno a un programma condiviso, poi si deciderà come scegliere la leadership.
A difendere senza esitazioni le primarie restano soprattutto i riformisti. “Siamo rimasti noi a difendere la linea Schlein”, ironizza un parlamentare della minoranza interna. In quell’area, l’eventuale candidatura di Conte renderebbe il sostegno alla segretaria ancora più netto: “Il nostro voto per Schlein è da considerarsi blindato. E poi è la segretaria del partito”.
La stessa linea è stata espressa da Graziano Delrio, secondo cui Schlein, avendo vinto le primarie del Pd ed essendo alla guida del partito maggiore, ha pieno diritto a competere per guidare il Paese. Il nodo resta però politico: capire se il campo largo reggerà a una competizione interna o se, prima delle urne, servirà un’altra soluzione per evitare che la scelta del leader diventi il primo terreno di divisione.