CANBERRA - Per la prima volta, gli australiani indicano il rapporto con la Cina davanti alla partnership con gli Stati Uniti, mentre la fiducia in Donald Trump tocca il livello più basso mai registrato per un presidente americano.
Secondo il Lowy Institute Poll 2026, il 51% degli intervistati ritiene il legame con Pechino più rilevante di quello con Washington, otto punti in più rispetto all’anno precedente. È un dato che non cancella l’alleanza militare con gli Stati Uniti, ma segnala una distinzione sempre più netta tra sicurezza, economia e percezione pubblica del potere americano.
La fiducia in Trump resta il punto più debole. Solo il 21% degli australiani dice di avere fiducia nel presidente americano quando si tratta di “fare la cosa giusta” negli affari globali. È il risultato più basso per qualsiasi leader statunitense nei 22 anni del sondaggio. Sei australiani su dieci dichiarano di non avere “alcuna fiducia” in lui.
Il sostegno all’alleanza con Washington, però, resiste. Nonostante il calo, quasi tre persone su quattro continuano a ritenere il rapporto con gli Stati Uniti fondamentale per la sicurezza nazionale. Due terzi degli intervistati sostengono inoltre l’acquisizione di sommergibili a propulsione nucleare nell’ambito dell’AUKUS.
Il dato più inquietante per Canberra riguarda la crescente apertura al nucleare militare: il 39% degli australiani si dice favorevole, in futuro, all’acquisizione di armi nucleari, tre punti in più rispetto all’ultima rilevazione del 2022.
La fiducia nel presidente cinese Xi Jinping resta bassa, al 20%, ma registra un lieve aumento di quattro punti dal 2025. Nel Pacifico, il 39% degli intervistati ritiene che la Cina abbia oggi maggiore influenza, contro il 33% che attribuisce quel ruolo all’Australia.
Il rapporto rileva anche un senso crescente di insicurezza. Secondo Charles Lyons-Jones, ricercatore e autore dello studio, un numero da primato di australiani afferma di sentirsi poco sicuro nel mondo. L’altro cambiamento netto riguarda la diversità culturale: la quota di chi la ritiene positiva per il Paese è scesa di 17 punti in due anni, lo spostamento più ampio mai registrato dal sondaggio su una questione sociale.
Resta comunque una maggioranza ampia: quasi tre quarti degli australiani giudicano la diversità culturale interamente o in buona parte positiva. Più della metà, il 55%, ritiene però che il numero complessivo di immigrati sia “troppo alto”.
Il sostegno alla democrazia rimane solido, con il 73% che la considera preferibile a qualsiasi altro sistema di governo. Ma il direttore esecutivo del Lowy Institute, Michael Fullilove, parla di un ordine internazionale liberale sostituito da qualcosa di più illiberale, nazionalista e fuori dai confini del cosidetto ordine mondiale.
Il quadro è pragmatico, non sentimentale: gli australiani continuano a volere la protezione americana, ma vedono la Cina come nodo economico e regionale ormai inevitabile.