CANBERRA – Il governo potrebbe ottenere una maggiore facoltà di trattenere all’estero gli australiani legati allo Stato islamico modificando le regole sui permessi di ritorno e sui passaporti, secondo l’ex segretario del Dipartimento degli Affari interni Mike Pezzullo.

La proposta si inserisce nel confronto riaperto dal rientro di alcune donne provenienti dai territori un tempo controllati dall’ISIS e dalla possibilità che almeno 13 uomini detenuti nelle carceri irachene chiedano di tornare in Australia.

Pezzullo, che guidava il dipartimento quando il governo Morrison introdusse il sistema dei Temporary Exclusion Orders (TEO), ritiene possibile una soluzione intermedia fra l’attuale disciplina e il progetto molto più ampio presentato da Pauline Hanson.

Oggi il ministro degli Interni può impedire per un massimo di due anni il ritorno di un cittadino che si trovi all’estero, qualora sospetti che il provvedimento possa evitare un atto terroristico o quando l’Australian Security Intelligence Organisation (ASIO) abbia individuato un rischio diretto o indiretto per la sicurezza.

La persona colpita da un TEO conserva però il diritto al passaporto e può chiedere un permesso di rientro. Una volta presentata la domanda, il governo è obbligato a concederlo, pur potendo imporre condizioni severe.

Pezzullo propone di sopprimere questo automatismo e di attribuire al ministro il potere di valutare ogni richiesta sulla base delle circostanze, dell’interesse pubblico e delle informazioni fornite dall’ASIO.

A suo giudizio, una simile modifica avrebbe buone possibilità di superare un esame dell’Alta Corte. L’obbligo di rilasciare il permesso, ha osservato, non è mai stato sottoposto a una verifica giuridica e non esisterebbe un parere legale contrario alla sua rimozione.

L’ex funzionario suggerisce anche di armonizzare le norme sui passaporti con quelle sui TEO. Se vi fossero ragionevoli motivi per ritenere che il ritorno di una persona possa nuocere alla collettività, il documento potrebbe essere negato o sospeso per un periodo analogo di due anni.

“Non si tratterebbe di una condanna a vita”, ha spiegato Pezzullo, precisando che il ministro non potrebbe agire arbitrariamente e dovrebbe fondare la decisione su elementi concreti.

Il dibattito ha assunto una accentuata dimensione politica. Hanson ha scritto ai senatori indipendenti e alla Coalizione per chiedere adesioni al proprio “Protecting Australians from Foreign Terrorist Fighters Bill 2026”.

Il testo di One Nation introdurrebbe un ordine di esclusione per combattenti terroristi stranieri, consentirebbe di bloccare i passaporti e sospenderebbe il rilascio automatico dei permessi mentre la Corte federale esamina il caso. Prevederebbe inoltre sanzioni per chi organizza il rientro non autorizzato di persone collegate a gruppi terroristici.

La Coalizione ha avanzato una proposta distinta, diretta soprattutto a punire chi assiste il ritorno di presunti simpatizzanti dell’ISIS. Né One Nation né l’opposizione dispongono però dei numeri necessari per approvare le rispettive iniziative senza il contributo del governo.

Il ministro dell’InternoTony Burke sostiene che la disciplina introdotta sotto il governo Morrison sia già arrivata al limite consentito dalla Costituzione. A suo parere, il progetto di Hanson verrebbe rapidamente bocciato dall’Alta Corte.

Burke ha anche richiamato il principio secondo cui ogni Paese deve accogliere i propri cittadini. L’Australia espelle ogni anno circa 750 stranieri e rischierebbe di indebolire quelle procedure qualora rifiutasse di riprendere i propri connazionali.

Pezzullo condivide questo timore. Durante il suo mandato, ha ricordato, alcuni governi stranieri avevano già contestato a Canberra la riluttanza ad accettare il ritorno degli australiani mentre chiedeva con fermezza il rimpatrio di criminali stranieri.

La costituzionalista Anne Twomey, docente alla University of Sydney, ha spiegato che nessuno può stabilire con certezza la validità del disegno di legge di One Nation, poiché l’Alta Corte non ha mai deciso se esista un diritto implicito dei cittadini a entrare e risiedere nel Paese.

Ha però osservato che la soglia probatoria prevista dalla proposta sarebbe molto difficile da raggiungere. I giudici dovrebbero accertare, sulla base di prove raccolte all’estero, che il pericolo non possa essere gestito con sorveglianza, detenzione o ordini di controllo.

Secondo Twomey, nei casi di rischio effettivo potrebbe essere persino più sicuro ricondurre l’interessato in Australia, dove le autorità possono arrestarlo o vigilarlo, anziché lasciarlo libero in un altro Paese.