LIMA - Prosegue tra ritardi, polemiche e tensioni istituzionali, il conteggio dei voti delle elezioni generali in Perù, svoltesi il 12 aprile scorso per scegliere presidente, deputati, senatori e rappresentanti del Parlamento Andino. 

Questo pomeriggio, l’Oficina nacional de procesos electorales (Onpe) ha annunciato di aver scrutinato il 99,642% dei verbali elettorali. I risultati preliminari confermano in testa Keiko Fujimori, candidata conservatrice di Fuerza Popular e figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori, con il 17,172% delle preferenze, pari a 2.867.638 voti. 

Alle sue spalle resta serrata la sfida per il secondo posto, necessario per accedere al ballottaggio. Il candidato della sinistra Roberto Sánchez, di Juntos por el Perú, ottiene il 12,001% dei voti, mentre Rafael López Aliaga, esponente dell’estrema destra di Renovación Popular, segue con l’11,913%. 

In termini assoluti, tra i due ci sono appena 14.692 voti di differenza: Sánchez ha raccolto 2.004.207 preferenze, contro le 1.989.515 di López Aliaga, un margine estremamente ridotto che mantiene alta l’incertezza politica nel Paese perché, da quanto dichiarato da Onpe, restano da definire ancora i contenuti di circa 332 verbali elettorali (che potrebbero essere approssimativamente, tra 55.000 e 65.000 voti). 

Oltre a questo duello all’ultimo voto per entrare al ballottaggio, il quadro è ulteriormente complicato dalle denunce di irregolarità e dai ritardi che hanno segnato tutto il processo elettorale. 

Fin dalle prime ore del voto sono stati denunciati ritardi nella consegna del materiale elettorale e nell’apertura di numerosi seggi, situazione che aveva spinto il Jurado nacional de elecciones (Jne) a prorogare eccezionalmente fino al 13 aprile la possibilità di votare in alcune aree del Paese. 

Anche lo scrutinio è proceduto con grande lentezza nelle settimane successive, provocando critiche da parte dei cittadini e accuse contro le autorità elettorali da parte di diversi candidati. 

La crisi si è aggravata ulteriormente negli ultimi giorni. Il 9 maggio l’Onope ha consegnato al Jne il database completo dei verbali utilizzati nel conteggio dei voti, mentre la Junta Nacional de Justicia (Jnj), equivalente peruviano del Consiglio superiore della magistratura, ha avviato un procedimento disciplinare contro l’ex capo dell’Onpe, Piero Corvetto, accusato di una presunta “colpa grave” nella gestione delle elezioni. 

Parallelamente, le autorità peruviane hanno imposto il divieto di espatrio a diversi ex funzionari dell’Onpe e a un rappresentante della società privata incaricata della logistica elettorale. 

A pesare sulla posizione di Corvetto sono state anche le dichiarazioni del presidente del Jne, Roberto Burneo, che lo ha accusato pubblicamente di aver “mentito” al Paese sulla distribuzione del materiale elettorale. 

Secondo Burneo, il Jne aveva segnalato già dal 10 aprile gravi ritardi nelle operazioni logistiche. L’Onpe avrebbe inizialmente attribuito i problemi al proprio operatore logistico, assicurando poi che tutto il materiale sarebbe arrivato ai seggi entro la mezzanotte.  

Tuttavia, sempre secondo il presidente del Jne, le difficoltà sarebbero proseguite anche l’11 aprile. Burneo ha inoltre precisato che tutti gli avvertimenti e le comunicazioni ufficiali sono stati registrati in verbali che potrebbero ora avere un ruolo centrale nelle indagini in corso. 

In questo clima di forte polarizzazione politica e crescente sfiducia nelle istituzioni elettorali, il risultato finale del primo turno assume un’importanza cruciale per il futuro politico del Perù.