Guerre, intelligenza artificiale, produttività, immigrazione, crisi abitativa, inflazione: la governatrice della Banca centrale, Michele Bullock, ha indubbiamente ragione quando sostiene che anche lei sta affrontando il ‘suo momento’ di difficoltà extra. Era vero quello che le avevano detto i suoi predecessori a proposito delle puntuali sfide inaspettate che arrivano durante il mandato, come era stato per Ian McFarlane con la crisi finanziaria asiatica, a Glen Stevens con la crisi finanziaria globale e a Phil Lowe con il Covid.
Ora tocca a lei affrontare un misto di ostacoli di varia entità, ma tutti estremamente impegnativi e in qualche modo concatenati. Nel suo ultimo intervento pubblico prima del ‘verdetto’ della prossima settimana sui tassi d’interesse, Bullock, ha fatto riferimento alle nuove incognite legate agli investimenti in intelligenza artificiale (AI) che stanno generando una forte domanda e pressioni che potrebbero far salire ulteriormente i prezzi e, di conseguenza, l’inflazione.
Secondo la governatrice della Reserve Bank, dietro l’euforia del momento in fatto di interesse e investimenti c’è il pericolo della ‘bolla’, che sta creando più di qualche timore su tutto il fronte finanziario mondiale. Nel lungo termine l’effetto dominante di un’accelerazione senza precedenti della tecnologia dovrebbe derivare dalla produttività. L’entità dei guadagni però rimane altamente incerta, anche se il loro potenziale è considerevole.
Insomma, ci sono cambiamenti in corso, ad un ritmo che il mondo non aveva mai visto prima, che stanno mettendo alla prova anche la capacità di analisi delle banche centrali, chiamate a tenere il passo per cogliere, con un attimo di anticipo e non di ritardo, gli effetti che questa corsa verso il futuro ha ed avrà sulla domanda, sui consumi, sui prezzi e sulla crescita.
Per questo, analizzando la situazione australiana, Bullock non ha esitato a coinvolgere nell’azione di difesa e anticipo anche la politica, chiamata a recitare la sua parte nel minimizzare quello che ormai da troppo tempo sembra essere il problema clou (un po’ più ostico che in molti altri Paesi sviluppati) dell’inflazione che la valvola monetaria da sola non può risolvere. Con il quarto aumento dei tassi nell’ultimo anno ormai in preventivo (probabile già la prossima settimana, altrimenti a novembre) il resto della partita è in mano del governo che deve recitare la sua parte tagliando le spese e incentivando non penalizzando l’innovazione e il lavoro delle imprese: meno burocrazia, più riconoscimenti e ‘incoraggiamenti’ per dare loro la possibilità di trasformare la produttività e mantenere la crescita.
Bullock, nonostante l’ostentato ottimismo del primo ministro Anthony Albanese e del responsabile del Tesoro Jim Chalmers in merito alla svolta produttiva targata AI, ha parlato di segnali ancora incerti e difficili da valutare: Paesi in grado di integrare l’AI più rapidamente potrebbero acquisire un vantaggio duraturo in termini di produttività, espandere le proprie quote sui mercati globali e attrarre maggiori investimenti e capitali, ma altri potrebbero rischiare invece un calo della propria competitività relativa.
Quindi ancora molte incertezze che la Banca centrale non può sottovalutare e che incideranno sulle decisioni che riguardano il costo del denaro, specie dopo il rialzo dalla Fed americana la scorsa settimana.
Anche sul tema che ormai è al centro dell’attenzione mondiale per le sue opportunità e i suoi rischi, incertezze tra desideri dettati da un minimo di prudenza e accelerazioni guidate dal timore di rimanere indietro. Ecco quindi lo scontro tra l’idea di uno sviluppo controllato, come vorrebbe l’Australia e l’avanti tutta che ha confermato, senza alcuna riserva, il presidente americano Donald Trump nel suo intervento alle Nazioni Unite, mettendosi quindi in netta rotta di collisione con la moderazione auspicata da Albanese e dai leader di altre 21 nazioni, nonché dalla Commissione europea, che hanno firmato una dichiarazione congiunta affinché le aziende che operano nel settore dell’intelligenza artificiale sviluppino meccanismi trasparenti per garantire che l’AI non minacci il futuro dell’umanità.
Una posizione in linea con i maggiori leader tecnologici che, per una volta hanno scelto di non competere fra di loro, trovandosi d’accordo nel chiedere di procedere a un passo più lento nello sviluppo delle loro stesse creature. Una dimostrazione di ‘paura’ che l’intelligenza artificiale, avanzando così rapida e potente, sfugga al loro stesso controllo e conduca verso una catastrofe perché, alla fine, una fuga di ‘agenti artificiali’ (una mini-prova del pericolo, secondo il capo di Anthropic, Dario Amodei ci sarebbe già stata quando da un laboratorio chiuso di OpenAI è partito, senza alcuna guida umana, un attaccato all’azienda Hugging Face) potrebbe davvero mettere il mondo in ginocchio o peggio, in pochi istanti.
La coalizione dei ‘prudenti’ (o semplicemente di coloro che pensano alle conseguenze di un’autonomia esagerata dello sviluppo tecnologico e hanno scoperto un senso del limite) non fa però presa sui due Paesi che guidano la corsa: Stati Uniti e Cina.
Trump, martedì scorso, dal palco dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha proposto non solo il cambiamento del nome, ma soprattutto il modo in cui Washington intende affrontare la nuova rivoluzione tecnologica. Il presidente americano ha annunciato che nei documenti governativi statunitensi il termine “artificial intelligence” dovrebbe lasciare spazio a “super intelligence”. Una scelta accompagnata dall’assicurazione che non ci sarà, da parte sua, nessuna intenzione di frenare la corsa all’AI. Anzi. “Non intendo ostacolare la crescita di qualcosa che sarà più grande della rivoluzione industriale. In molti dicono che sarà più grande della rivoluzione industriale o di Internet stesso”, ha spiegato, liquidando come una “bufala” gli scenari più catastrofisti sulla tecnologia.
Nessuna frenata, nessuna paura, nessun sussulto di coscienza e nessuna rinuncia a quello che il presidente Usa ritiene un vantaggio tecnologico acquisito, a cui è impossibile rinunciare o compromettere con nuovi vincoli che non devono rallentare un settore considerato ormai decisivo sul piano economico e strategico. In uno dei suoi interventi precedenti aveva sintetizzato, senza troppi fronzoli, la filosofia della Casa Bianca con un inequivocabile: “Chiunque vinca sull’AI, vince tutto”.
Critiche del Presidente anche alle intenzioni australiane di introdurre un nuovo regime di sicurezza digitale (Digital Duty of Care), anche come risposta alla crescente diffusione di disinformazione e informazioni fuorvianti nella società. L’amministrazione americana ha sollevato dubbi, sostenendo che determinati aspetti della proposta potrebbero avere conseguenze sulla libertà di espressione. Una considerazione che è in linea con la Coalizione che ha annunciato l’intenzione di votare contro il provvedimento. Al centro delle critiche, sul terreno di casa, oltre al fattore censura, vi sono soprattutto gli ampi poteri attribuiti al ministro delle Comunicazioni, che potrebbe designare ulteriori categorie di danno non necessariamente specificate nella legislazione iniziale. Preoccupazioni analoghe sono state espresse da esperti di diritto, organizzazioni impegnate nella tutela delle libertà civili e dalla Commissione australiana per i diritti umani.
Albanese da New York ha respinto l’interpretazione secondo cui il progetto attribuirebbe al governo un maggiore controllo sul discorso pubblico. Intervenendo a un evento della Coalition for Children’s Rights and Protection in the Age of AI, organizzato a margine dell’Assemblea Onu il primo ministro ha, infatti, ribadito che l’obiettivo sarebbe invece quello di aumentare il controllo degli individui sulla propria vita digitale. Secondo Albanese, la necessità di intervenire non riguarda soltanto la protezione dei minori, tema inizialmente centrale nel dibattito sulla sicurezza online, ma coinvolge l’intera società. Nel suo intervento, il leader laburista ha inoltre osservato che una parte crescente degli elettori e dell’opinione pubblica si sta allontanando dalle posizioni centrali, spostandosi verso orientamenti più estremi sia a sinistra sia a destra.
Scontro di idee, ma nessun irrigidimento ovviamente nei rapporti, dopo la felice trasferta alla Casa Bianca dello scorso ottobre. Quindi breve colloquio fra il primo ministro e Trump in occasione del ricevimento dopo i lavori dell’Assemblea, con immancabile ‘selfie’ da far circolare sui canali social. Per Albanese anche l’occasione di rivedere la sua controparte giapponese Sanae Takaichi - dopo i commenti non felicissimi nei suoi confronti in un podcast da dimenticare - e di incontrare, per la prima volta, il nuovo capo di governo britannico, Andy Burnham oltre a mantenere gli amichevoli contatti con i presidenti francese Emmanuel Macron e coreano Lee Jae-Myung.