Crocevia tra il Canale di Suez e il Mar Mediterraneo, incastonata tra il delta del Nilo e la penisola del Sinai, Port Said è stata per oltre un secolo una delle città rivierasche più internazionali del Mare Nostrum. Nata e cresciuta insieme al Canale di Suez, inaugurato nel 1869, la città ha rappresentato uno dei punti d’incontro più importanti tra Europa, Africa e Medio Oriente, diventando una porta d’accesso verso l’Asia e un luogo nel quale si sono intrecciate storie, culture e comunità diverse.
Qui hanno convissuto a lungo una folta comunità italiana, inglesi, francesi, greci ed egiziani, condividendo snodi della storia tuttora densi di conseguenze, mescolando culture, commerci e anche sangue, quello versato per rivalità e conflitti e quello dei propri discendenti. Una convivenza complessa, segnata dalle ambizioni coloniali delle potenze europee, ma anche da rapporti quotidiani, scambi commerciali, matrimoni, solidarietà e mutuo soccorso tra persone comuni.
A testimoniare quella stagione rimangono vestigia architettoniche uniche, molte delle quali purtroppo in rovina e trascurate. Un patrimonio che racconta una pagina importante della storia del Mediterraneo e che, secondo molti osservatori, meriterebbe maggiore attenzione e tutela. Nonostante i suoi viali in stile europeo del XIX secolo, l’architettura coloniale, le caratteristiche case con le verande in legno e vetro e le chiese di confessioni diverse affacciate l’una sull’altra, Port Said non dispone infatti di un riconoscimento nazionale che abbia consentito di valorizzare adeguatamente questo patrimonio. Di conseguenza, nessuno dei suoi edifici storici è mai stato candidato a patrimonio dell’umanità dell’Unesco.
Eppure, a volersi perdere per le strade di questa città, oggi centro nevralgico del commercio marittimo globale, si scoprono ancora gioielli capaci di raccontare un passato fatto di convivenza, scambi culturali e contaminazioni. Un passato che sopravvive nei palazzi, nelle chiese, nelle scuole e nelle abitazioni, nonostante le differenze religiose e le rivalità politiche e nonostante le mire imperialiste degli Stati che, nel corso dei decenni, hanno cercato di controllare questo strategico angolo d’Egitto.
Un cippo vuoto, all’estremità della cancellata in stile Versailles che costeggia il lungomare, sostiene oggi soltanto il ricordo della statua che un tempo vi campeggiava: quella di Ferdinand de Lesseps, il diplomatico e imprenditore francese considerato il principale artefice della realizzazione del Canale di Suez, progettato anche grazie al contributo dell’ingegnere italiano Luigi Negrelli. La statua fu fatta saltare con la dinamite nel 1956, durante la crisi di Suez, come simbolo della fine del colonialismo europeo in Egitto. È un episodio emblematico di una città nella quale la storia internazionale è rimasta impressa persino nelle pietre.
Poco lontano, rivolta verso l’ingresso del Canale, si trova Casa d’Italia, probabilmente il più originale e misterioso edificio di Port Said. Progettata nel 1936 e inaugurata nel 1938, venne disegnata dal celebre architetto italiano Clemente Busiri Vici. L’edificio presenta una forma imponente, caratterizzata da una chiara impronta razionalista e art déco, con una pianta a forma di infinito e una grande scritta di epoca fascista che è diventata essa stessa un elemento architettonico.
La costruzione è circondata da un velo di mistero anche per quanto riguarda l’uso a cui era stata destinata. Da tempo è chiusa al pubblico “per motivi di sicurezza” e il suo stato di conservazione appare sempre più preoccupante. Si ritiene che fosse nata innanzitutto come centro di aggregazione e rappresentanza per la numerosa comunità italiana locale, che all’epoca contava circa 30.000 residenti. Ma l’edificio avrebbe avuto anche una funzione politica e propagandistica, inserendosi nella strategia del regime fascista di rafforzare la presenza italiana in Medio Oriente e nel Mediterraneo.
Secondo alcune ricostruzioni, Benito Mussolini avrebbe persino considerato Casa d’Italia come una possibile futura residenza nel caso fosse riuscito a raggiungere il Cairo durante la campagna militare italiana in Egitto. Un progetto destinato a rimanere soltanto sulla carta: l’avanzata italiana si arrestò definitivamente dopo le sconfitte subite dalle forze dell’Asse, culminate nella battaglia di El Alamein. Durante la Seconda guerra mondiale, Casa d’Italia fu requisita dai britannici e utilizzata come ospedale militare e circolo ricreativo per le forze alleate. Negli anni Sessanta e poi negli anni Ottanta vennero tentati due diversi progetti di riutilizzo in chiave culturale, ma in entrambi i casi le iniziative ebbero vita breve e l’edificio tornò progressivamente nell’abbandono.
Un nuovo studio sulla Casa d’Italia analizza i simboli politici dell’edificio e il suo percorso da vetrina fascista a reliquia abbandonata. Ahmed Ragab Youssef ha trascorso quasi quattro anni, tra il 2022 e il 2025, a studiarne i dettagli architettonici e il contesto storico. “Tra Italia ed Egitto, c’è un rapporto storico che precede di gran lunga il fascismo”, racconta il ricercatore. Gli italiani furono infatti tra le prime comunità europee a stabilirsi in Egitto già nel XIX secolo, mentre i legami commerciali tra l’Egitto e le città italiane risalgono addirittura al Medioevo.
Nel corso dei secoli, l’Egitto rimase fino all’inizio del XX secolo una delle destinazioni più importanti per l’emigrazione italiana. L’italiano era una lingua straniera ampiamente diffusa e la comunità italiana in Egitto era seconda per consistenza soltanto a quella greca. Con l’avvento del fascismo, tuttavia, questo rapporto storico assunse una diversa connotazione politica. L’Italia cercò di diffondere i propri principi attraverso scuole, associazioni e circoli e Casa d’Italia divenne soprattutto un centro di propaganda.
“Un chiaro modello di architettura ideologica”, insiste Ragab, sottolineando come proprio questa caratteristica ne aumenti oggi l’importanza storica. La sua proposta è quella di preservare l’edificio, riqualificarlo culturalmente e integrarlo nuovamente nella vita quotidiana della città, attraverso la registrazione come palazzo d’interesse storico. Non si tratterebbe, quindi, di celebrare il passato fascista, ma di conservare una testimonianza materiale di una fase della storia italiana ed egiziana che non può essere cancellata.
Casa d’Italia, del resto, non è l’unica traccia dell’Italia d’Oltremare rimasta a Port Said. Notevole è anche una scuola in stile eclettico, caratterizzata da finestre veneziane, una soluzione architettonica che si ritrova anche in altri edifici realizzati dagli italiani in diverse aree dell’Africa. C’era l’idea di trasformarla in un ospedale, ma oggi l’edificio versa in condizioni di forte degrado.